La parola autonomia viene dal greco: auto, sé stesso, e nomos, legge. Darsi le leggi da soli. Non riceverle dall'esterno, non subirle per paura o per compiacenza — ma riconoscerle come proprie, interiorizzarle, rispettarle perché si è capito il perché.
È una distinzione che Jean Piaget aveva già messo al centro del suo lavoro sullo sviluppo morale: il passaggio dall'eteronomia — la morale del bambino che obbedisce perché qualcuno gliene chiede conto — all'autonomia, che è la morale di chi ha fatto proprie le regole e non ha bisogno di una figura esterna per rispettarle.
Tengo a mente questa distinzione quando mi raccontano di Luigi.
Luigi e le brioches
Luigi — lo chiamo così — ha quasi sessant'anni. Vive in comunità. Un pomeriggio ha mangiato un intero pacco di brioches. L'operatore me lo racconta con un tono che conosco bene: la frustrazione mista a perplessità di chi non riesce a capire perché le sue indicazioni non vengano rispettate.
Parto da alcune domande concrete. Luigi è diabetico? No. È obeso? No. Ha patologie che rendono quella quantità di zucchero un rischio clinico reale? No.
Allora qual è il problema?
Se ci fermiamo alla superficie, il problema sembra essere il pacco di brioches. Ma se guardiamo un po' più in profondità, il pacco di brioches è solo l'oggetto di scena. La vera questione è un'altra: Luigi ha trovato l'unico modo disponibile per dire che è un adulto.
L'eteronomia travestita da cura
In molte comunità — non per cattiva volontà, ma per una logica strutturale difficile da scardinare — le regole vengono dall'esterno. Gli orari, i pasti, le attività, i comportamenti accettabili: tutto è definito da qualcuno che non è l'utente. L'operatore è lì per garantire il rispetto di quelle regole. E quando l'utente non le rispetta, l'operatore vive quella mancanza come un fallimento suo.
Questa è eteronomia — non autonomia. È la struttura della relazione che produce il comportamento che poi si chiama "sfida" o "trasgressione". Luigi non mangia le brioches perché gli piacciono in modo irresistibile. Le mangia perché è l'unico gesto con cui può affermare: sono io che decido.
Piaget lo avrebbe riconosciuto immediatamente: finché la regola è esterna, la trasgressione è l'unica forma di autonomia disponibile. Non si può interiorizzare una regola che viene imposta — si può solo obbedirle o infrangerla.
"La morale autonoma è quella in cui la coscienza considera necessario il rispetto reciproco e non soltanto la soggezione alle regole degli adulti."
Piaget J. — Il giudizio morale nel fanciullo, trad. it. Giunti, 1972Il paradosso del controllo
Watzlawick, Weakland e Fisch, nel loro lavoro fondamentale sul cambiamento, hanno descritto con precisione quello che succede quando si tenta di risolvere un problema applicando più della stessa soluzione che non ha funzionato. Lo chiamano escalation simmetrica: più l'operatore insiste sul controllo, più Luigi trova motivi per opporsi; più Luigi si oppone, più l'operatore sente il bisogno di controllare. Il tentativo di soluzione diventa esso stesso il problema.
Non è una dinamica patologica — è una dinamica relazionale, prevedibile, e soprattutto modificabile. Ma non si modifica facendo di più della stessa cosa.
Il problema dell'operatore non è Luigi che mangia le brioches. Il problema è che l'operatore si sente responsabile delle scelte alimentari di un uomo adulto. E quella responsabilità — comprensibile, legittima nel suo intento — produce un sistema in cui Luigi non può mai avere ragione, nemmeno quando non ha torto.
Fare finta: la strategia più difficile e più efficace
Cosa dovrebbe fare l'operatore? Non può dire semplicemente no — Luigi è un adulto, non diabetico, non obeso, e ha il diritto di scegliere cosa mangiare. Non può ignorare la situazione senza senso di colpa, perché si sente responsabile della sua salute. E non può imporsi, perché l'imposizione non fa che rafforzare il circuito.
La risposta più controintuitiva — e più efficace — è quella che Selvini Palazzoli e i colleghi della scuola sistemica milanese avrebbero riconosciuto come intervento paradossale: fare finta che non ci sia un problema.
Non indifferenza. Non abbandono. Ma la scelta consapevole di non reagire — di non produrre la risposta attesa, quella che conferma a Luigi che le brioches sono un atto di potere. Se l'operatore non reagisce, il gesto perde la sua funzione relazionale. Non è più una trasgressione — diventa solo un pasto.
Questo non è rinuncia alla cura. È cura di secondo livello: non agire sul comportamento, ma sul contesto che lo produce. È la differenza tra cambiamento di primo ordine — fare di più o di meno della stessa cosa — e cambiamento di secondo ordine, che agisce sulle regole del gioco invece che sulle mosse.
La responsabilità ha confini
C'è un ultimo nodo da sciogliere. L'operatore dice: mi sento responsabile della sua salute. È vero — in parte. Ma la responsabilità professionale non è illimitata, e confonderla con il controllo totale è uno degli errori più comuni nel lavoro educativo.
Franco Basaglia, con la Legge 180 del 1978, ha sancito un principio che riguarda non solo la psichiatria ma tutta la cultura della cura in Italia: la persona con fragilità è prima di tutto un soggetto, non un oggetto di cura. Soggetto di diritti, di scelte, di errori — e di apprendimento da quegli errori. Un sistema che protegge l'utente da ogni scelta rischiosa non lo cura: lo mantiene in uno stato di dipendenza perpetua.
L'operatore responsabile non è quello che impedisce a Luigi di mangiare le brioches. È quello che conosce Luigi abbastanza da sapere quando una scelta è davvero pericolosa — e quando invece è semplicemente una scelta.
Accompagnare senza imporre significa stare lì, presenti, disponibili. Significa poter dire "ho notato che hai mangiato tutto quel pacco — come stai?" invece di "non dovresti farlo". Significa lasciare che Luigi abbia la sua vita, con le sue scelte — anche quelle sbagliate — e che possa contare su qualcuno che non sparisce quando non obbedisce.
È il contrario dell'abbandono. Ma è anche il contrario del controllo.
Cosa significa davvero autonomia?
Autonomia viene dal greco auto-nomos: darsi le proprie leggi. Non significa fare ciò che si vuole senza criterio, né obbedire a regole imposte. Significa aver interiorizzato criteri di scelta propri — la distinzione che Piaget tracciava tra eteronomia (obbedire per paura o approvazione) e autonomia morale (rispettare le regole perché se ne comprende il senso).
Perché il controllo eccessivo produce l'effetto contrario?
Watzlawick, Weakland e Fisch in "Change" (1974) hanno descritto il paradosso del controllo: più si insiste su una soluzione che non funziona, più si rafforza il problema. In una relazione di cura, il controllo eccessivo produce opposizione — non perché l'utente sia "difficile", ma perché l'opposizione diventa l'unico strumento disponibile per affermare la propria autonomia.
Cosa significa "fare finta" come strategia educativa?
Non significa indifferenza. Significa scegliere consapevolmente di non produrre la risposta attesa — quella che conferma il valore relazionale di un comportamento. Se l'operatore non reagisce a una trasgressione non pericolosa, quella trasgressione perde la sua funzione di opposizione e diventa semplicemente una scelta. È un intervento sul contesto, non sul comportamento — quello che Watzlawick chiama cambiamento di secondo ordine.
Riferimenti:
— Piaget J. (1932) — Le jugement moral chez l'enfant (trad. it. Il giudizio morale nel fanciullo — Giunti-Barbera, Firenze, 1972)
— Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R. (1974) — Change: Principles of Problem Formation and Problem Resolution (trad. it. Change — Astrolabio, Roma, 1974)
— Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G. (1975) — Paradosso e controparadosso — Feltrinelli, Milano
— Basaglia F. (1968) — L'istituzione negata — Einaudi, Torino
— Canevaro A. (2008) — Pietre che affiorano. I mediatori efficaci in educazione con la "logica mite" — Erickson, Trento
— Legge 13 maggio 1978 n. 180 — Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori
— OMS/WHO (2001) — ICF: Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute — Erickson, Trento
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