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Disabilità e salute mentale · Luglio 2026

L'alibi del poverino
che non ce la fa.

Quando la diagnosi diventa il motivo per non crescere — e tutti, intorno, trovano più comodo che le cose restino così.

Dott. C. Jody Gagliardo · Luglio 2026

Lo chiamerò Gianni. Ha quarant'anni, una diagnosi psichiatrica, una storia di dipendenza emotiva dalla madre che dura da decenni. Negli ultimi anni ha fatto un percorso lungo: abbiamo ridotto drasticamente gli psicofarmaci, ha conquistato una semi-autonomia, ha ripreso una vita sociale che prima non esisteva. Un percorso di cui andare fieri — suo, non mio.

Qualche giorno fa ha perso il portafogli. Si è convinto di essere stato derubato. La rabbia è esplosa — ha colpito il muro con un pugno. Nessuna persona coinvolta, nessuna minaccia, nessuna aggressività rivolta all'esterno. Solo la frustrazione di un momento difficile che ha trovato uno sfogo fisico su un muro.

Ne abbiamo parlato insieme. Era dispiaciuto, capace di riflettere su quanto era accaduto, in grado di riconoscere che la reazione era stata sproporzionata. Una conversazione adulta tra due adulti.

Poi è arrivata la madre.

Messa al corrente dal figlio stesso — che le aveva raccontato l'episodio con una trasparenza che già dice molto di lui — si è presentata con la sua lettura: bisogna capirlo, la sua patologia lo porta a fare queste cose, parlerò con la psichiatra per aumentare la terapia.

Quella frase mi ha fermato. Perché se quella lettura vincesse, sarebbe una sconfitta per tutti — e soprattutto per Gianni.

La diagnosi come alibi

Esiste una dinamica che incontro spesso nel lavoro con persone con disabilità cognitiva o psichiatrica e le loro famiglie. La chiamo, un po' brutalmente, l'alibi del poverino che non ce la fa.

Funziona così: ogni volta che la persona fa qualcosa di sbagliato — una reazione emotiva eccessiva, un comportamento inadeguato, una difficoltà nella gestione di un momento di frustrazione — la spiegazione è immediata e definitiva: è la malattia. Non può farci niente. Va capito. Va sedato. Va protetto.

Questa lettura sembra compassionevole. In realtà è profondamente limitante — e spesso serve a chi sta intorno più che alla persona stessa. Perché spostare tutto sulla diagnosi elimina la responsabilità, elimina la possibilità di crescita, elimina la persona come soggetto con capacità proprie. La riduce a un insieme di sintomi da gestire.

Trattare qualcuno come se non potesse farcela è un modo sottile ma efficace di assicurarsi che non ce la faccia.

Cosa diceva Basaglia — e perché è ancora attuale

Franco Basaglia, il cui lavoro ha cambiato la psichiatria italiana con la legge 180 del 1978, aveva messo a fuoco questa dinamica con una lucidità che non ha perso nulla in cinquant'anni. Il suo bersaglio principale era l'istituzione manicomiale — ma il suo pensiero aveva radici più profonde: la tendenza a ridurre la persona alla sua malattia, a trattarla come oggetto di cura piuttosto che come soggetto di vita.

Basaglia scriveva che il malato mentale viene prima di tutto definito dalla sua malattia — e che questa definizione lo svuota di tutto il resto. La persona scompare dietro la diagnosi. Quello che rimane è un insieme di sintomi da controllare, un rischio da gestire, un peso da portare. La sua proposta non era eliminare la cura — era restituire alla persona la sua soggettività, il suo diritto a esistere al di là della malattia, la sua capacità di partecipare alla propria vita.

Fonte: Basaglia F. (1968), L'istituzione negata — Einaudi; Basaglia F. (1979), Scritti vol. II — Einaudi

Nel caso di Gianni, la proposta della madre di aumentare gli psicofarmaci per gestire un pugno dato a un muro è l'esatto contrario di questa visione. Non si sta chiedendo: cosa ha sentito Gianni in quel momento? Come può imparare a gestirlo diversamente? Cosa ci dice questo episodio di dove è arrivato e dove può ancora andare? Si sta chiedendo: come lo teniamo fermo?

La prospettiva sistemica: il sintomo nel sistema

La terapia sistemico-relazionale — l'approccio che guida il mio lavoro — guarda al sintomo non come a qualcosa che appartiene all'individuo, ma come a qualcosa che si manifesta dentro un sistema di relazioni e che spesso ha una funzione in quel sistema.

In molte famiglie con un membro con disabilità psichiatrica o cognitiva, si sviluppa nel tempo un equilibrio disfunzionale ma stabile: la persona con la diagnosi rimane in una posizione di dipendenza e incapacità — il figlio eterno, il malato cronico — e la famiglia si organizza intorno a quel ruolo. Non per malvolere: spesso per amore, per abitudine, per paura.

Il problema è che questo equilibrio ha un costo altissimo per la persona con la diagnosi. Ogni passo verso l'autonomia disturba il sistema — genera ansia, resistenza, tentativi di riportare le cose come stavano. L'aumento degli psicofarmaci, in questo contesto, non è solo una scelta clinica: è un modo per rimettere al suo posto chi sta cercando di uscirne.

Valeria Ugazio, nel suo lavoro sull'approccio sistemico alle famiglie, descrive come i sintomi psicologici possano diventare funzionali all'equilibrio familiare — non perché qualcuno li voglia, ma perché il sistema si è organizzato intorno ad essi. Modificare il sintomo senza lavorare sul sistema spesso produce resistenza o la comparsa di altri problemi. Il cambiamento vero richiede che tutto il sistema — non solo l'individuo — si trasformi.

Fonte: Ugazio V. (1998), Storie permesse, storie proibite — Bollati Boringhieri

Gianni è molto più capace di quanto mostra

Questo è il punto centrale, e vale la pena dirlo con chiarezza.

Negli anni di lavoro insieme, ho visto Gianni fare cose che la sua diagnosi, interpretata in modo rigido, avrebbe fatto ritenere impossibili. Ha ridotto gli psicofarmaci. Ha imparato a gestire momenti di frustrazione che prima sfociavano in crisi ben più significative. Ha costruito relazioni sociali. Ha acquisito una semi-autonomia che prima non esisteva.

Ha anche colpito un muro con un pugno perché era arrabbiato e spaventato di aver perso il portafogli. È un episodio che va affrontato — e lo abbiamo fatto, insieme, con una riflessione adulta. Non è la fine del mondo. Non è la prova che la diagnosi ha il sopravvento. È un momento difficile nella vita di una persona che, come tutte le persone, ha momenti difficili.

Trattarlo come la conferma che non ce la fa — aumentando i farmaci, riducendo le aspettative, riportando la dipendenza — non è proteggere Gianni. È togliergli quello che ha conquistato.

Il recovery: la persona oltre la diagnosi

In psichiatria esiste da decenni un movimento e un concetto che si chiama recovery — recupero, ma nel senso più ampio: non la guarigione dalla malattia, ma il recupero di una vita significativa, piena di senso e di appartenenza, nonostante la malattia e con essa.

Il recovery non nega la diagnosi. Non dice che i farmaci non servono, o che i momenti di crisi non esistono. Dice che la persona non è riducibile alla sua diagnosi. Che può avere obiettivi, relazioni, autonomia, dignità — anche con una patologia psichiatrica seria. Che il compito della cura non è eliminare ogni difficoltà, ma accompagnare la persona a vivere la propria vita nel modo più pieno possibile.

In Italia il concetto di recovery è stato approfondito e applicato in numerosi contesti di salute mentale di comunità, anche in riferimento all'eredità basagliana. De Girolamo et al. (2007) hanno documentato come i percorsi orientati all'autonomia e alla reintegrazione sociale producano esiti significativamente migliori nel lungo termine rispetto ai modelli centrati esclusivamente sulla gestione farmacologica dei sintomi.

Fonte: De Girolamo G. et al. (2007), Salute mentale in Italia — Quaderni del Ministero della Salute; De Girolamo G., Bassi M. (2009), Il recovery nella salute mentale — Il Pensiero Scientifico Editore

La famiglia: alleata o ostacolo?

Non voglio dipingere la madre di Gianni come un'antagonista. Non lo è. È una donna che ha dedicato una vita a proteggere suo figlio, che ha paura quando qualcosa non va, che reagisce con i mezzi che conosce. Il suo amore non è in discussione.

Quello che è in discussione è la lettura. E le conseguenze di quella lettura.

La famiglia può essere l'alleato più potente in un percorso di autonomia — o il suo ostacolo principale, senza volerlo. Il lavoro con i familiari, in questi contesti, è tanto importante quanto il lavoro con la persona con la diagnosi. Non per convincerli che hanno torto — ma per aiutarli a vedere il figlio, il fratello, il partner per quello che è oggi: una persona cresciuta, capace di molto più di quanto mostri, che merita di essere guardata senza la lente della diagnosi come unica chiave di lettura.

Come si fa a capire se si sta usando la diagnosi come alibi?

Una domanda utile da farsi — come familiare o come professionista — è: questa risposta aiuta la persona a crescere, o la tiene ferma? Se ogni difficoltà viene spiegata con la malattia, se ogni progresso viene minimizzato per paura delle ricadute, se l'obiettivo implicito è la stabilità a scapito dell'autonomia — probabilmente la diagnosi sta diventando un alibi. Non per malevolenza: spesso per amore. Ma le conseguenze sono le stesse.

Ridurre gli psicofarmaci è sempre una buona idea?

No — e non è questo il punto. I farmaci, quando sono indicati, fanno parte di un percorso di cura e non vanno improvvisati né abbandonati. Il punto è che aumentare i farmaci come risposta a un momento emotivo difficile — senza lavorare sulla comprensione di quell'emozione, sulle risorse della persona, sul contesto — non è cura. È contenimento. E il contenimento, da solo, non porta da nessuna parte.

Riferimenti:
— Basaglia F. (1968), L'istituzione negata — Einaudi
— Basaglia F. (1979), Scritti vol. II — Einaudi
— Ugazio V. (1998), Storie permesse, storie proibite — Bollati Boringhieri
— De Girolamo G. et al. (2007), Salute mentale in Italia — Quaderni del Ministero della Salute
— De Girolamo G., Bassi M. (2009), Il recovery nella salute mentale — Il Pensiero Scientifico Editore
— Veltro F. et al. (2006), Recovery e riabilitazione psichiatrica in Italia — Nóos, Aggiornamenti in Psichiatria

Sei un familiare di una persona con disabilità psichiatrica o cognitiva e vuoi capire come supportare l'autonomia senza perdere la sicurezza? Contattami o scrivimi su WhatsApp.

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