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Durante un incontro di equipe, un operatore socio-educativo mi descrive una situazione che conosce bene: l'utente che al momento di cambiarsi o di riordinare la propria stanza oppone resistenza, non risponde, si distrae, fa altro. E lo dice con una parola precisa: "Mi sta sfidando."

Non è la prima volta che sento questa frase. La sento dagli operatori di comunità, dagli educatori, dagli insegnanti. La sento dai genitori di bambini di due anni, di sei, di quattordici. Cambia l'età, cambia il contesto, cambia la richiesta — ma la parola rimane la stessa. Mi sfida.

Mi fermo su quella parola. Perché mi sembra che contenga molto più di quanto sembri dire.

La sfida non è nel comportamento. È nella lettura

Proviamo a descrivere la scena senza interpretazioni. L'adulto chiede qualcosa: cambiati, riordina, vai a lavarti. Il bambino, o l'utente, continua a fare quello che stava facendo, o fa qualcos'altro, o risponde a monosillabi. L'adulto insiste. La situazione si inceppa.

Fin qui: fatti. Comportamenti osservabili.

La sfida non è in nessuno di questi fatti. È un'interpretazione — una lettura che l'adulto costruisce su quei comportamenti, attribuendo loro un'intenzione precisa: quella di contrastarlo deliberatamente. Ma l'altro — il bambino, l'utente — sta semplicemente facendo qualcosa che in quel momento ha senso per lui. Sta guardando un video che lo interessa. Sta evitando un'attività che gli pesa. Sta difendendo uno spazio di autonomia. Sta comunicando qualcosa che non sa ancora dire a parole.

Non sta sfidando nessuno. Sta essendo — con la sua logica, con i suoi bisogni, con i suoi strumenti.

La punteggiatura della sequenza di eventi

Watzlawick, Beavin e Jackson, nel loro lavoro fondamentale sulla comunicazione umana, hanno descritto un fenomeno che chiamano punteggiatura della sequenza di eventi. In ogni interazione continua, ciascun partecipante tende a leggere il proprio comportamento come una reazione a quello dell'altro — e il comportamento dell'altro come una causa. Entrambi si vedono rispondere, non iniziare.

L'adulto dice: reagisco alla sua sfida. Il bambino, se avesse gli strumenti per articolarlo, direbbe: reagisco alla sua pressione. Ognuno punteggia la sequenza a partire da un punto diverso. Ognuno ha ragione nella propria cornice — e nessuno ha torto del tutto. Ma finché si resta dentro questa circolarità senza riconoscerla, il conflitto si ripete identico, ogni volta con la stessa struttura.

"La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti."

Watzlawick, Beavin, Jackson — Pragmatica della comunicazione umana, 1967

L'osservatore è dentro il campo che osserva

Gregory Bateson, da una prospettiva più ampia, insisteva su un principio epistemologico che il pensiero sistemico ha fatto proprio: l'osservatore non è neutro rispetto a ciò che osserve. Non descrive una realtà indipendente da lui — la co-costruisce, la include nel campo della sua osservazione.

Quando l'operatore dice "mi sfida", sta producendo una descrizione di sé, non solo dell'altro. Sta dicendo come vive quella relazione, con quale cornice la legge, quali aspettative porta. La sfida non è una proprietà dell'utente: è il nome che l'operatore dà a qualcosa che accade tra loro.

Heinz von Foerster, uno dei teorici del costruttivismo radicale con cui il pensiero sistemico ha dialogato a lungo, sintetizzò questo principio in modo netto: l'osservatore è incluso nel campo di osservazione. Non c'è uno sguardo dall'esterno. Chi descrive un sistema ne fa già parte.

Se non fai quello che dico, mi sento un fallimento

C'è un altro livello da esplorare, più personale e più delicato. Quando l'adulto vive il comportamento dell'altro come una sfida, spesso è perché ha investito in quella richiesta qualcosa di suo — una responsabilità, un'aspettativa, un senso di competenza.

Cambiati non è solo un'istruzione igienica. Dentro c'è: devo garantire il tuo benessere, sono qui per questo, il mio ruolo richiede che tu collabori. Quando la collaborazione non arriva, non è solo la richiesta che viene disattesa — è qualcosa dell'adulto che vacilla. Il mancato rispetto dell'istruzione viene vissuto come un segnale di fallimento: non riesco a fare il mio lavoro, non ho abbastanza autorevolezza, non so gestire questa situazione.

La sfida, allora, non è solo un'attribuzione su cosa fa l'altro. È anche una difesa: se lui mi sfida, la causa del conflitto è in lui, non in me. La responsabilità si sposta. Il fallimento percepito trova un destinatario esterno.

Questo non è un giudizio sugli operatori o sui genitori — è una dinamica umana, comprensibile, e spesso inconsapevole. Chi lavora con persone fragili, chi educa un figlio, porta con sé un carico di aspettative e di senso di responsabilità che può diventare molto pesante. Riconoscerlo è già un passo.

Curiosità come alternativa alla spiegazione

Gianfranco Cecchin, uno dei fondatori della scuola sistemica di Milano, ha descritto la curiosità come una delle posizioni terapeutiche più utili — e più difficili da mantenere. Non la curiosità come interesse superficiale, ma come postura epistemica: la disponibilità a non sapere già la risposta, a restare con la domanda aperta invece di precipitare verso una spiegazione.

In un contesto educativo, la curiosità significa sostituire la domanda "perché mi sfida?" — che presuppone già l'intenzione — con domande diverse: Cosa ha senso per lui in questo momento? Cosa sta cercando di evitare o di proteggere? Cosa sta comunicando con questo comportamento che non riesce ancora a dire?

Non si tratta di rinunciare alla richiesta, né di accettare tutto. Si tratta di cambiare il punto di partenza: da l'altro si oppone a me a l'altro ha una sua logica che non capisco ancora. Questo spostamento — piccolo nella formulazione, grande nella pratica — cambia la qualità di tutto ciò che viene dopo.

Il linguaggio che usiamo ci dice come pensiamo

Le parole non sono neutre. Quando diciamo mi sfida invece di si oppone o non collabora o fa fatica con questa richiesta, non stiamo solo scegliendo un sinonimo. Stiamo costruendo una versione della relazione — una in cui c'è un attacco e una difesa, un vincitore possibile e un perdente, una volontà ostile da fronteggiare.

Quella versione orienta le nostre risposte. Se l'altro mi sfida, devo resistere, impormi, non cedere. Se invece l'altro sta facendo qualcosa che per lui ha senso — anche se quel senso non è immediatamente leggibile — posso permettermi di essere curioso, di rallentare, di chiedermi cosa sta succedendo davvero.

Nel lavoro di equipe come nella genitorialità, fermarsi sul linguaggio che usiamo per descrivere le relazioni difficili non è un esercizio retorico. È il punto da cui può cominciare qualcosa di diverso.

Cosa significa, in chiave sistemica, che qualcuno "ci sfida"?

Dal punto di vista sistemico, la sfida non è una proprietà del comportamento dell'altro: è una lettura costruita dall'adulto su quel comportamento. Il pensiero sistemico invita a chiedersi non "cosa fa lui?" ma "come sto leggendo ciò che fa?" — perché l'osservatore, come ricordava Bateson, è sempre incluso nel campo che osserva.

Cos'è la punteggiatura della sequenza di eventi?

È un concetto di Watzlawick, Beavin e Jackson (1967): in ogni interazione ciascuno legge il proprio comportamento come reazione a quello dell'altro. L'adulto si sente rispondere a una sfida; il bambino si sente rispondere a una pressione. Entrambi hanno una propria versione coerente — e questa divergenza produce conflitti ricorrenti difficili da spezzare se non si riconosce il meccanismo.

Come si esce dalla logica della sfida in una relazione educativa?

Sostituendo l'attribuzione di intenzionalità con la curiosità. Invece di chiedersi "perché mi sfida?", ci si chiede "cosa ha senso per lui in questo momento?". Cecchin ha descritto questa posizione — la curiosità come postura epistemica non giudicante — come una delle risorse fondamentali del lavoro relazionale. Non significa rinunciare alla richiesta: significa cambiare il punto di partenza.

Riferimenti:
— Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D. (1967) — Pragmatics of Human Communication (trad. it. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971)
— Bateson G. (1972) — Steps to an Ecology of Mind (trad. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, 1977)
— Cecchin G. (1987) — Hypothesizing, circularity, and neutrality revisited: an invitation to curiosity — Family Process, 26(4)
— Cecchin G., Lane G., Ray W.A. (1993) — Irreverence: A Strategy for Therapists' Survival (trad. it. Irriverenza: una strategia di sopravvivenza per i terapeuti, Franco Angeli, 1997)
— Von Foerster H. (1987) — Sistemi che osservano — Astrolabio, Roma
— Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G. (1975) — Paradosso e controparadosso — Feltrinelli, Milano
— Fruggeri L. (1997) — Famiglie — NIS, Roma

Lavori in un contesto educativo o di cura e senti che alcune relazioni si sono inceppate? O vuoi approfondire queste dinamiche per il tuo lavoro di equipe? Scrivimi oppure leggi le aree in cui lavoro.

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