Cosa sono i bias cognitivi?
Sono distorsioni sistematiche nel modo in cui il cervello elabora le informazioni e prende decisioni. Non si tratta di mancanza di intelligenza, ma di un funzionamento intrinseco della nostra mente — scorciatoie utili nella maggior parte dei casi, che in certi contesti ci portano fuori strada.
Il cervello umano elabora una quantità enorme di informazioni ogni secondo. Per farlo senza andare in tilt, usa delle strategie rapide — le cosiddette euristiche: regole del pollice, automatismi, schemi consolidati. Nella maggior parte dei casi funzionano benissimo. Ma a volte ci tradiscono in modo sistematico, prevedibile, e spesso senza che ce ne accorgiamo.
Questi errori sistematici si chiamano bias cognitivi. Non sono rarità cliniche. Sono il funzionamento ordinario di qualsiasi mente umana — la tua, la mia, quella dei tuoi pazienti, quella dei tuoi colleghi. Riconoscerli non significa eliminarli: significa iniziare a vederli all'opera.
Alcuni dei più comuni — e più subdoli
Bias di conferma
È la tendenza a cercare, interpretare e ricordare solo le informazioni che confermano ciò che già crediamo — ignorando o sminuendo quelle che ci contraddicono. Non è pigrizia: è un meccanismo attivo. Il cervello filtra la realtà per renderla coerente con le nostre aspettative.
Un esempio concreto: se sei convinto che una certa terapia funzioni, tenderai a ricordare i casi in cui ha dato risultati e a dimenticare quelli in cui non li ha dati. Vale per i professionisti esattamente come per i pazienti.
Effetto ancoraggio
La prima informazione che riceviamo su un argomento diventa il punto di riferimento — l'"ancora" — rispetto a cui valutiamo tutto il resto. Anche se quell'informazione è arbitraria o sbagliata, continua a influenzare le nostre valutazioni successive in modo spesso invisibile.
Se il primo professionista che visiti stima il costo di un percorso terapeutico in un certo modo, quella cifra diventerà il tuo benchmark — indipendentemente da quanto sia appropriata al tuo contesto.
Euristica della disponibilità
Giudichiamo la probabilità di un evento in base alla facilità con cui ci vengono in mente esempi di quell'evento. Quello che è vividamente memorabile — perché recente, emotivamente intenso o molto diffuso nei media — viene percepito come più frequente o più probabile di quanto non sia.
Se nelle ultime settimane hai sentito molte notizie su un certo tipo di reato, potresti percepire il rischio come molto più alto di quanto dicano le statistiche reali. Il cervello confonde "facile da ricordare" con "frequente".
Effetto Dunning-Kruger
Le persone con competenza limitata in un campo tendono a sopravvalutare le proprie capacità. Le persone molto competenti tendono invece a sottostimarsi. Il paradosso è che per riconoscere i propri limiti bisogna già avere abbastanza conoscenza da capire quanto non si sa ancora.
Ne ho scritto in un articolo dedicato — Quando la gallina si crede aquila — partendo proprio dall'esplosione di "esperti improvvisati" sui social media.
Conoscere i bias cognitivi serve davvero a qualcosa?
Sì — non per eliminarli, che è impossibile, ma per creare un piccolo spazio tra lo stimolo e la risposta. Quel momento di consapevolezza in cui ci chiediamo: "Sto ragionando, o sto solo confermando quello che già credo?" È lì che si apre la possibilità di una scelta più libera.
Cosa fare con questa consapevolezza
L'obiettivo non è diventare macchine razionali — sarebbe sia impossibile che indesiderabile. Le emozioni e le euristiche hanno un ruolo fondamentale nel pensiero e nell'azione. L'obiettivo è sviluppare un po' più di metacognizione: la capacità di osservare il proprio processo di pensiero dall'esterno.
In pratica questo significa: rallentare prima di una decisione importante, cercare attivamente informazioni che contraddicono la nostra ipotesi iniziale, chiedere il parere di qualcuno che la pensa diversamente da noi. Non sempre. Non su tutto. Ma nei contesti in cui la posta è alta.
In psicoterapia, il lavoro sui bias cognitivi è parte del percorso — non come esercizio intellettuale, ma come strumento per iniziare a vedere i propri schemi di pensiero con occhi un po' più distaccati. Spesso è già sufficiente nominarli per ridurne la presa.
Come si fa a ridurre l'influenza dei bias cognitivi nelle proprie decisioni?
Non si eliminano — è impossibile. Ma si può creare uno spazio di consapevolezza: rallentare prima di decisioni importanti, cercare attivamente informazioni che contraddicono la nostra ipotesi iniziale, confrontarsi con chi la pensa diversamente. In psicoterapia questo lavoro avviene in modo guidato, dentro una relazione che aiuta a vedere i propri schemi con occhi più distaccati.
I bias cognitivi si trattano in psicoterapia?
Sì — soprattutto nella terapia cognitivo-comportamentale, che lavora esplicitamente sui pattern di pensiero distorto. Nell'approccio sistemico-relazionale si lavora invece sui bias che riguardano le relazioni: come interpretiamo il comportamento degli altri, quali significati attribuiamo agli eventi, come costruiamo le nostre narrazioni.
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