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Genitorialità · Giugno 2026

Chiedere aiuto non è sbagliato.
Una nota sul genitore sufficientemente buono.

Dott. C. Jody Gagliardo · Giugno 2026

Ho visto una scena al parco qualche tempo fa. Una bambina di sei, forse sette anni stava cercando di arrampicarsi su un gioco. Si era bloccata a metà, incerta su dove mettere il piede, e ha chiesto aiuto al nonno che la guardava da vicino.

La risposta è arrivata secca: non ha senso chiedere aiuto.

Mi sono fermato su quella frase. Non perché il nonno fosse cattivo — non lo era. Qualche minuto dopo era lì accanto a lei, le spiegava come fare, la incoraggiava. Aveva già corretto il tiro da solo. Ma quella frase era uscita, spontanea, prima che il pensiero la filtrasse. E questo dice qualcosa — su come certi messaggi vivono dentro di noi, trasmessi di generazione in generazione, talmente naturali da non accorgersi nemmeno di pronunciarli.

Chiedere aiuto non ha senso. Arrangiatela da sola. Ce la fai. Non fare la piagnucolona.

Quante volte abbiamo sentito variazioni di questa frase, da bambini? E quante ne continuiamo a trasmettere, spesso senza volerlo?

Cosa impara un bambino da quella frase

Un bambino di sei anni non interpreta una frase del nonno come un'osservazione situazionale. La incorpora come regola del mondo. Chiedere aiuto non ha senso diventa, nel tempo: chiedere aiuto è una debolezza. Chi ha bisogno degli altri non vale abbastanza. Devo farcela da solo.

Non è esagerato. È così che funziona l'apprendimento implicito nei bambini — per imprinting, attraverso le figure di attaccamento. I messaggi che arrivano dai nonni, dai genitori, dagli insegnanti, non vengono valutati criticamente. Vengono assorbiti.

E poi li ritroviamo, anni dopo, in uno studio di psicoterapia. Nell'adulto che non riesce a delegare. In chi si esaurisce perché non sa dire "ho bisogno di aiuto". In chi interpreta ogni richiesta di supporto come un fallimento personale.

Il genitore sufficientemente buono — Winnicott

Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, ha dedicato gran parte del suo lavoro clinico a comprendere come si sviluppa la mente di un bambino attraverso la relazione con chi si prende cura di lui. Tra i concetti che ha elaborato, uno dei più noti — e dei più fraintesi — è quello di good enough mother, tradotto in italiano come madre sufficientemente buona, o più in generale genitore sufficientemente buono.

Il termine può sembrare riduttivo, quasi una consolazione per i genitori imperfetti. Non è così. Winnicott non stava abbassando l'asticella — stava smontando un mito: quello del genitore perfetto che anticipa ogni bisogno, che non sbaglia mai, che risolve tutto.

Nella teoria di Winnicott, il genitore sufficientemente buono è quello che inizialmente si adatta quasi completamente ai bisogni del neonato — garantendo un ambiente prevedibile e sicuro — e poi, gradualmente, si adatta di meno. Questa de-adattazione progressiva non è un fallimento: è necessaria. È il modo in cui il bambino impara che il mondo non è un'estensione di sé, che esistono altri con bisogni propri, che si può tollerare la frustrazione e sopravviverle.

Fonte: Winnicott D.W. (1953), Transitional Objects and Transitional Phenomena — International Journal of Psychoanalysis; Winnicott D.W. (1960), The Theory of the Parent-Infant Relationship — International Journal of Psychoanalysis

È un equilibrio sottile. Troppa risposta ai bisogni — il genitore che risolve tutto, che non lascia mai il bambino nell'incertezza — impedisce lo sviluppo della capacità di tollerare la frustrazione e di costruire risorse proprie. Troppo poco — il genitore assente, imprevedibile, che non risponde — produce insicurezza e ansia. Nel mezzo c'è lo spazio in cui il bambino cresce.

Aiutare è diverso da sostituirsi

Tornando alla bambina al parco: c'è una differenza importante tra due tipi di risposta possibili.

La prima: siediti, ci penso io. La si tira giù dal gioco, la si porta dall'altra parte, il problema è risolto. Lei non ha imparato niente, salvo che quando incontra un ostacolo qualcuno lo elimina. Non ha sperimentato la sua capacità di trovare una soluzione.

La seconda: non ha senso chiedere aiuto. Lei affronta l'ostacolo da sola, nel migliore dei casi ce la fa. Ma ha anche imparato che chiedere è sbagliato, che la sua richiesta è stata rifiutata, che devo arrangiarmi perché gli altri non sono disponibili.

Quello che il nonno ha poi fatto — tornare, spiegarle, starle vicino senza sostituirsi — era la risposta giusta. L'unico elemento che non serviva era quella frase iniziale. Quel piccolo messaggio che, detto una volta, non fa danni. Detto cento volte, nel corso degli anni, costruisce una credenza.

La giusta misura di aiuto non è quella che risolve il problema al bambino. È quella che lo accompagna mentre impara a risolverlo.

Cosa significa concretamente

Non si tratta di rispondere sempre a ogni richiesta di aiuto, né di non aiutare mai. Si tratta di calibrare la risposta in funzione di quello che il bambino, in quel momento, può fare da solo e di quello di cui ha bisogno.

Quando una bambina di sette anni chiede aiuto su un gioco dove si è bloccata, non sta chiedendo di essere sostituita — sta chiedendo una presenza. Qualcuno che la guardi, che la guidi, che rimanga lì mentre lei prova. Chiedere aiuto, in questo senso, non è debolezza: è una competenza relazionale. Una delle più utili che un essere umano possa avere.

Crescere insegnando ai bambini che chiedere aiuto non ha senso non li rende più forti. Li rende più soli. E la solitudine, nel tempo, è una delle condizioni più logorate che incontro nel mio lavoro.

Come rispondere quando un bambino chiede aiuto per qualcosa che potrebbe fare da solo?

Con presenza, non con sostituzione. "Prova — sono qui" è diverso da "faccio io". Stargli vicino mentre affronta la difficoltà, incoraggiarlo, lasciare che faccia la sua parte. Se si blocca davvero, guidarlo — spiegare, non fare al posto suo. Il messaggio che arriva è: posso chiedere, e ricevo risposta. Non vengo abbandonato, ma nemmeno sostituito.

Cosa succede quando i bambini imparano a non chiedere aiuto?

Nel breve termine, spesso sembrano "più autonomi". Nel lungo termine, tendono a sviluppare difficoltà nel riconoscere i propri limiti, nel delegare, nel chiedere supporto anche quando ne hanno bisogno. Questo schema si ritrova spesso negli adulti che arrivano in terapia esauriti, convinti che chiedere sia un segno di debolezza.

Riferimenti:
— Winnicott D.W. (1953), Transitional Objects and Transitional Phenomena — International Journal of Psychoanalysis
— Winnicott D.W. (1960), The Theory of the Parent-Infant Relationship — International Journal of Psychoanalysis
— Winnicott D.W. (1971), Playing and Reality — Tavistock Publications
— Bowlby J. (1969), Attachment and Loss Vol. I — Basic Books

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