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Riflessioni · Giugno 2026

Lo psicologo non dà consigli.
E non è un difetto.

Dott. C. Jody Gagliardo · Giugno 2026

Ho letto qualche giorno fa il post di una giovane psicologa da poco abilitata. Scriveva della sua pratica clinica — con entusiasmo genuino, il tipo di entusiasmo che si ha quando si è appena entrati in un lavoro che si è scelto con convinzione. Ma in un passaggio parlava di "dare consigli" ai suoi pazienti come parte del lavoro terapeutico.

Mi sono fermato.

Le concedo tutte le attenuanti del caso — la giovane età, l'entusiasmo, la formazione ancora in corso. Non è questo il punto. Il punto è che quella frase rispecchia una credenza molto diffusa, non solo tra i professionisti alle prime armi, ma nell'immaginario collettivo di chiunque pensi allo psicologo: qualcuno che ascolta, e poi dice cosa fare.

Non è così. E vale la pena spiegare perché.

Un'etimologia che cambia le cose

Partiamo dalla parola. Consiglio viene dal latino consilium, derivato da consulo — che significa, nella sua accezione più antica, sedersi insieme per pensare. Da con (insieme) e una radice affine a sedere. L'idea originaria è quella di una riflessione condivisa, di un ragionamento che si costruisce in due o più — non di qualcuno che parla e qualcun altro che ascolta e obbedisce.

Non è un caso che questa stessa radice abbia dato vita alle istituzioni deliberative: il consiglio dei ministri, il gran consiglio, il consiglio di classe, il consiglio comunale. In tutti questi contesti, la parola indica uno spazio in cui più persone pensano insieme a qualcosa di complesso.

Eppure nell'uso comune, oggi, "dare un consiglio" ha acquisito un'accezione completamente diversa e unidirezionale: uno parla, l'altro ascolta e — implicitamente — dovrebbe seguire l'indicazione ricevuta. Da pensiero condiviso a istruzione per l'uso.

Il problema dello psicologo che "dà consigli" è esattamente questo: ha abbandonato il senso originario della parola — lo stare insieme a pensare — e ha adottato il senso deteriore: quello di chi sa e trasmette a chi non sa.

Lo psicologo non è un amico, non è un prete, non è un maestro di vita

Questa distinzione merita di essere esplicitata, perché spesso la confusione nasce proprio qui.

Un amico ti vuole bene e ti dice cosa farebbe al posto tuo. È personale, è coinvolto, è mosso dall'affetto. Il punto è esattamente questo: l'amico parla da dentro la relazione, con tutto il suo bagaglio soggettivo. Non è addestrato a stare fuori dalla propria prospettiva.

Un prete — o qualsiasi guida spirituale — opera all'interno di un sistema di valori condivisi e trasmette una visione del mondo. Il suo ruolo include l'orientamento morale. È legittimo, ma è un ruolo diverso.

Un maestro di vita, o life coach, lavora prevalentemente su obiettivi e strategie: come raggiungere un risultato, come organizzare il tempo, come migliorare le prestazioni. Può dare indicazioni pratiche, ed è quello che gli viene chiesto.

Lo psicologo — e lo psicoterapeuta — fa qualcosa di diverso da tutti e tre. Non perché sia superiore, ma perché il suo strumento è diverso. Il suo strumento è la relazione terapeutica, la domanda, lo spazio. Il suo obiettivo non è dirti cosa fare: è aiutarti a capire perché fai quello che fai, cosa ti impedisce di fare quello che vorresti, dove si annidano i nodi che bloccano il tuo percorso.

Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani (CNOP, aggiornato 2022) all'art. 5 recita: "Lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all'autodeterminazione e all'autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni." L'autodeterminazione non è un dettaglio — è un principio fondante. Uno psicologo che dispensa consigli su cosa fare non sta rispettando l'autodeterminazione del paziente: sta sostituendosi a lui.

Fonte: Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, CNOP 2022 — art. 5

La domanda come strumento terapeutico

Se non dà consigli, cosa fa uno psicologo?

Fa domande. Ascolta. Crea uno spazio in cui quello che normalmente non trova posto — le emozioni scomode, i pensieri contraddittori, i desideri in conflitto — può emergere senza essere giudicato o immediatamente risolto.

La domanda terapeutica non è una domanda informativa. Non serve a raccogliere dati. Serve ad aprire — ad allargare il campo di ciò che il paziente è in grado di vedere di se stesso. Una buona domanda, nel contesto giusto, vale più di qualsiasi risposta.

Nell'approccio sistemico-relazionale che caratterizza la mia formazione, le domande sono lo strumento principale del cambiamento. Domande circolari, domande riflessive, domande che portano il paziente a guardare la propria situazione da angolature diverse — non per dirgli dove andare, ma per mostrargli che esistono più direzioni possibili di quante ne veda.

Il terapeuta che sa fare le domande giuste non dà risposte: insegna al paziente come cercarle.

Lo spiazzamento del paziente — e cosa significa

Accade spesso. Il paziente arriva in studio con una domanda diretta: "Cosa devo fare?" Si aspetta una risposta altrettanto diretta. E invece si sente dire — con le parole giuste, al momento giusto — che non sta allo psicologo decidere.

Questo spiazza. A volte delude. A volte arrabbia.

Ed è esattamente il momento terapeutico più importante.

Perché quello spiazzamento rivela qualcosa: che il paziente stava cercando qualcuno che si facesse carico della sua scelta. Qualcuno a cui delegare la responsabilità di una decisione difficile. E il rifiuto — gentile, ma fermo — di assumere quel ruolo è il primo passo verso qualcosa di più utile: aiutarlo a capire perché trova così difficile decidere da solo, cosa ha paura di sbagliare, a cosa si sta aggrappando chiedendo a qualcun altro di scegliere per lui.

Luigi Anolli, psicologo e professore all'Università Cattolica di Milano, scriveva che la comunicazione terapeutica efficace non è quella che risolve i problemi del paziente, ma quella che modifica la prospettiva con cui il paziente guarda ai propri problemi. La domanda ben posta non fornisce contenuti nuovi — riorganizza quelli esistenti. È un principio centrale della psicoterapia costruttivista e sistemica, ed è lontanissimo dall'idea del consiglio.

Fonte: Anolli L. (2002), Psicologia della comunicazione — Il Mulino

La tentazione del consiglio — e perché è pericolosa

Sarebbe disonesto non riconoscerlo: dare consigli è comodo. Per il professionista, intendo.

Dà una sensazione di utilità immediata. Il paziente porta un problema, il professionista offre una soluzione, il paziente sembra soddisfatto. C'è una gratificazione in questo — la gratificazione di chi ha risposto, di chi ha "aiutato".

Il problema è che quella gratificazione è illusoria. Se il paziente segue il consiglio e le cose vanno bene, non ha imparato niente su se stesso — ha imparato che deve chiedere allo psicologo quando non sa cosa fare. Se le cose vanno male, ha qualcuno su cui scaricare la responsabilità. In entrambi i casi, la sua autonomia non è cresciuta di un millimetro.

La psicoterapia — quella seria — punta esattamente nella direzione opposta: rendere il paziente progressivamente più capace di stare dentro le proprie difficoltà, di tollerare l'incertezza, di trovare dentro di sé le risorse per decidere. Non una dipendenza dal professionista, ma una graduale liberazione da essa.

Allora lo psicologo non mi aiuta a risolvere i miei problemi?

Ti aiuta a risolverli — ma in modo diverso da come spesso ci si aspetta. Non li risolve al posto tuo: ti aiuta a capire cosa li alimenta, quali schemi ci sono dietro, cosa potresti fare diversamente. La soluzione la trovi tu. Questo non è un limite del lavoro terapeutico — è il suo punto di forza. Perché una soluzione trovata da te regge nel tempo. Una soluzione suggerita da qualcun altro dipende dalla sua continua presenza.

Ma se sono in crisi e ho bisogno di indicazioni pratiche, cosa faccio?

Dipende dal tipo di crisi. In alcune situazioni di emergenza — un rischio per la sicurezza, una decisione che non può attendere — il professionista può e deve orientare con più direttività. Ma anche lì, l'obiettivo non è dire "fai così": è aiutare la persona a identificare le opzioni, a valutarle, a scegliere. La direttività, quando serve, non equivale al consiglio. È una bussola, non una mappa precompilata.

Riferimenti:
— Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, CNOP 2022 — art. 5 (autodeterminazione)
— Anolli L. (2002), Psicologia della comunicazione — Il Mulino
— Salvini A. (2004), Psicologia clinica — UPSEL Domeneghini (sul ruolo del terapeuta nella relazione terapeutica)
— Ugazio V. (1998), Storie permesse, storie proibite — Bollati Boringhieri (approccio sistemico e linguaggio terapeutico)
— Bara B.G. (2005), Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva — Bollati Boringhieri

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