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Me lo raccontano due coppie di genitori, in momenti diversi. Entrambe hanno vissuto un'esperienza in pronto soccorso pediatrico. Entrambe con bambini piccoli, entrambe con la paura che hanno i genitori quando qualcosa non va nel loro figlio — quella paura che non ha proporzioni, che non ragiona, che si impone.

Le due storie sono opposte. E il paradosso è che la situazione clinicamente più grave ha ricevuto il trattamento meno umano.

La prima storia

Il caso è serio. I genitori sono spaventati, forse anche in modo visibile — quella visibilità della paura che a volte viene letta come isteria, come esagerazione, come incapacità. Il medico fa quello che deve fare clinicamente. Poi si rivolge ai genitori con una frase che è rimasta loro addosso: "Non mi preoccupa il bambino, ma voi."

Caso chiuso. Rimando al pediatra di famiglia.

Quella frase non era un'analisi clinica. Era un giudizio. Diceva: siete voi il problema, non vostro figlio. Diceva: la vostra paura è eccessiva, fuori luogo, fastidiosa. Diceva, senza dirlo: andate via, avete esagerato.

Quella coppia di genitori ha portato a casa il bambino — che stava meglio, è vero — e ha portato anche qualcosa d'altro: la sensazione di essere stati inadeguati proprio nel momento in cui erano più vulnerabili.

La seconda storia

Il caso è, sulla carta, meno grave. Ma il medico fa qualcosa di diverso: accoglie la preoccupazione. Non la sminuisce, non la giudica, non la rimanda indietro con un'etichetta. La riceve.

Invita i genitori a restare più a lungo in pronto soccorso, se questo li fa sentire più sicuri. Dice loro che possono tornare, che la porta è aperta. Non perché clinicamente sia necessario — ma perché capisce che quella famiglia ha bisogno di un tempo per sentirsi al sicuro, e che quel tempo fa parte della cura.

Quella coppia di genitori è tornata a casa con il bambino — che stava bene anche lui — e con qualcosa di più: la sensazione di essere stati visti, accolti, non giudicati nel momento in cui ne avevano più bisogno.

L'empatia non è sentire lo stesso dolore

La parola empatia è usata molto, e spesso male. Si dice empatico chi piange con chi piange, chi si commuove, chi sente quello che sente l'altro. Ma questa è simpatia, non empatia — e la distinzione non è sottile.

Carl Rogers, che ha posto l'empatia al centro del suo modello terapeutico, la definiva come la capacità di percepire il mondo interiore dell'altro — le sue paure, i suoi significati, le sue emozioni — come se fossero propri, senza mai perdere la qualità del "come se". Il professionista empatico non si fonde con il dolore dell'altro, non si perde in esso. Lo abita dall'interno, lo comprende, e lo restituisce all'altro in una forma che dice: ti ho sentito, ti ho capito, non ti sto giudicando.

"L'empatia consiste nel percepire il quadro di riferimento interno dell'altro con accuratezza e con le componenti emozionali e i significati che vi appartengono, come se si fosse l'altra persona, ma senza mai perdere la condizione del 'come se'."

Rogers C.R. — La terapia centrata sul cliente, trad. it. La Nuova Italia, 1970

Eugenio Borgna, psichiatra e fenomenologo italiano tra i più profondi pensatori della relazione di cura, ha scritto che l'incontro autentico con l'altro richiede la disponibilità a lasciarsi toccare — non a essere travolti, ma a permettere che l'esperienza dell'altro ci raggiunga. Senza questa disponibilità, non c'è relazione: c'è solo gestione.

Il medico della prima storia ha gestito il caso. Il medico della seconda ha incontrato una famiglia.

Il giudizio che chiude

La frase "Non mi preoccupa il bambino, ma voi" è clinicamente potrebbe anche essere accurata. I genitori molto ansiosi esistono — e l'ansia genitoriale può amplificare i sintomi, può produrre sovraccarico sul sistema sanitario, può essere lavorata terapeuticamente. Tutto questo è vero.

Ma quella frase, in quel momento, in quel contesto — il pronto soccorso, la notte, il figlio che non sta bene, la paura — non era cura. Era un giudizio emesso al peggior momento possibile. Un giudizio che colpisce i genitori nel punto più fragile: la loro competenza come madri e padri.

Michael Balint, medico ungherese che ha profondamente influenzato la medicina di base europea con il suo lavoro sul rapporto medico-paziente, aveva già osservato negli anni Cinquanta che il medico porta con sé non solo competenze tecniche ma anche una "farmacologia personale" — il suo modo di essere, di ascoltare, di rispondere emotivamente al paziente ha effetti terapeutici o anti-terapeutici indipendentemente dal trattamento prescritto. La sua frase, il suo tono, il suo sguardo sono già parte della cura.

Un giudizio emesso senza empatia non è neutro. È anti-terapeutico.

Il contenimento che apre

Il secondo medico ha fatto qualcosa che Wilfred Bion avrebbe riconosciuto come funzione di contenimento: ha ricevuto l'ansia dei genitori senza rimandargliela indietro amplificata o svalutata. L'ha tenuta, per un momento, senza distruggerla e senza esserne sopraffatto. E poi l'ha restituita in una forma tollerabile — potete restare, potete tornare, siete al sicuro.

Non aveva bisogno di ore. Bastava poco. Bastava non giudicare. Bastava lasciare che quella coppia di genitori non si sentisse sola con la propria paura nel momento in cui l'avevano portata là — proprio perché non riuscivano più a tenerla da soli.

Donald Winnicott, parlando del ruolo della madre nel primissimo sviluppo del bambino, usava il termine holding — tenere, sostenere, contenere — per descrivere quella funzione di accoglimento che non risolve i problemi ma crea le condizioni perché l'altro possa reggere la propria esperienza. Il pronto soccorso non è un setting terapeutico. Ma il principio rimane: una persona spaventata ha bisogno, prima di tutto, di sentirsi tenuta. Non giudicata. Tenuta.

"La capacità di stare con il paziente nell'incertezza è una delle forme più alte di competenza clinica."

Borgna E. — Come in uno specchio oscuramente, Feltrinelli, 1999

Empatia come competenza, non solo come tratto

C'è un'ultima cosa che vale la pena dire. L'empatia viene spesso presentata come una qualità innata — ce l'hai o non ce l'hai. Ma la ricerca e la pratica clinica dicono qualcosa di diverso: l'empatia professionale si impara, si allena, si perde sotto pressione e si recupera con la riflessione.

Balint aveva mostrato questo attraverso i gruppi di supervisione che porta il suo nome: medici di base che si ritrovavano a discutere i propri casi non solo sul piano clinico, ma su quello relazionale. Cosa avevo sentito in quel momento? Come ho risposto? Cosa ha prodotto la mia risposta? È un esercizio di consapevolezza che trasforma il professionista — non in qualcuno di diverso, ma in qualcuno più presente a ciò che fa.

Il medico che ha detto "non mi preoccupa il bambino, ma voi" forse era stanco. Forse era la fine di un turno lungo. Forse quella frase gli è uscita senza che se ne accorgesse davvero. Non sto giudicando lui — sto notando cosa produce, in chi la riceve, una risposta non empatica nel momento sbagliato.

E sto pensando a quanto sarebbe stato diverso — non per il bambino, che stava già meglio — ma per quei genitori, se qualcuno avesse detto: capisco la vostra paura. È normale averla. Avete fatto bene a venire.

Cosa significa davvero empatia in un contesto di cura?

Non è sentire lo stesso dolore dell'altro, né identificarsi con lui. Rogers la definiva come la capacità di percepire il mondo interiore dell'altro come se fosse il proprio, mantenendo la consapevolezza del "come se". In pratica: accogliere la preoccupazione di un genitore senza giudicarla, anche quando sembra sproporzionata alla situazione clinica.

Qual è la differenza tra empatia e simpatia?

La simpatia è condivisione emotiva — sentire quello che sente l'altro. L'empatia è comprensione dall'interno del punto di vista dell'altro, senza perdere la propria prospettiva. Il professionista empatico non si commuove insieme al genitore disperato — capisce perché è disperato, rimane accanto a quella disperazione, e non la giudica.

L'empatia si impara?

Sì. Balint ha dimostrato che i medici possono sviluppare la propria capacità empatica attraverso la riflessione sulla pratica — i gruppi Balint nascono esattamente da questa intuizione. L'empatia professionale non è solo un tratto di personalità: è un atteggiamento che si coltiva, che si perde sotto pressione, e che si recupera con la consapevolezza.

Riferimenti:
— Rogers C.R. (1951) — Client-Centered Therapy (trad. it. La terapia centrata sul cliente — La Nuova Italia, Firenze, 1970)
— Rogers C.R. (1961) — On Becoming a Person (trad. it. La terapia centrata sul cliente, nuova edizione — La Nuova Italia, 1994)
— Balint M. (1957) — The Doctor, His Patient and the Illness (trad. it. Il medico, il paziente e la malattia — Feltrinelli, Milano, 1961)
— Bion W.R. (1962) — Learning from Experience (trad. it. Apprendere dall'esperienza — Armando Editore, Roma, 1972)
— Winnicott D.W. (1965) — The Maturational Processes and the Facilitating Environment (trad. it. Sviluppo affettivo e ambiente — Armando Editore, Roma, 1974)
— Borgna E. (1999) — Come in uno specchio oscuramente — Feltrinelli, Milano
— Borgna E. (2001) — L'arcipelago delle emozioni — Feltrinelli, Milano

Hai vissuto una situazione simile — come genitore, o come paziente? Oppure lavori in un contesto di cura e riconosci queste dinamiche? Scrivimi.

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