Lucia — la chiamo così, non è il suo nome — sta per compiere novant'anni. Non li dimostra, non nel senso superficiale della frase. Li porta in modo diverso: con una presenza che si nota, con quella qualità dell'attenzione che hanno le persone che hanno davvero vissuto.
Mi racconta la sua storia poco alla volta, come si fa quando si capisce che lo spazio è abbastanza sicuro da poterla portare. Una vita dedicata ad altri: i genitori prima, accuditi finché ne hanno avuto bisogno; poi i nipoti, figli di una sorella con una vita complicata che aveva bisogno di un punto fermo. E in mezzo a tutto questo, il lavoro di commerciante che ha amato davvero — non come riparo, ma come vocazione.
Ancora oggi è, per nipoti e pronipoti, un riferimento. La cercano. Le telefonano. Le portano i bambini. E lei c'è — presente, lucida, generosa come lo è sempre stata.
Ma le sue emozioni? Quelle sue?
Una vita per tutti. Per sé?
È una domanda che non ho fatto esplicitamente. È emersa nel racconto, quasi di lato. Dopo un paio di incontri, Lucia mi dice che in gioventù ci sono stati degli amori. Li accenna, non li descrive. Poi sorride e chiude con una frase che mi resta addosso: "È andata così… e va bene."
Quella frase ha la forma della rassegnazione — ma non il peso. Come se la storia fosse già stata digerita, archiviata, messa in un posto in cui non fa rumore. Non è cinismo, non è amarezza. È qualcosa di più antico: l'abitudine di una persona che ha imparato, molto presto, che il suo compito era essere lì per gli altri. E che i propri desideri — affettivi, romantici, intimi — erano una cosa secondaria. Forse un lusso. Forse una distrazione.
Non è una storia rara. È anzi una delle storie più comuni tra le donne della sua generazione — e non solo di quella. La cura come destino implicito, la vita affettiva personale come cosa che "capita" o che "non capita", mai davvero al centro.
Il corteggiatore
Poi, sempre con quel sorriso, Lucia mi racconta che c'è un vedovo. Che le fa la corte, dice. Con una parola vecchia e bellissima che dice tutto: le fa la corte. Con rispetto, con attenzione, con la calma di chi non ha fretta ma sa quello che vuole.
E lei? Lei ci pensa. Ci sorride su. Ma poi arriva la domanda, quasi scusandosi: "Ma alla mia età, cosa direbbe la gente?"
Mi fermo un momento. Non rispondo subito. Poi le dico solo quello che penso: che ciò che la gente dovrebbe dire — se avesse gli strumenti per farlo — è che le emozioni non hanno tempo. Non hanno età. Non hanno una data di scadenza stampata da qualche parte.
L'ageismo affettivo
La domanda di Lucia non è ingenua. È la domanda di qualcuno che ha interiorizzato profondamente un messaggio culturale preciso: che i sentimenti romantici, il desiderio di vicinanza, il piacere di essere corteggiati e di sentirsi desiderati abbiano una finestra temporale. E che quella finestra, a quasi novant'anni, sia da tempo chiusa.
Questo messaggio ha un nome: ageismo affettivo. È una forma particolare di quel pregiudizio basato sull'età che Robert Butler, psichiatra americano, descrisse per la prima volta nel 1969 coniando la parola "ageism". Butler la definì come la discriminazione sistematica verso le persone anziane — nei servizi, nel linguaggio, nelle aspettative sociali. L'ageismo affettivo ne è una declinazione specifica: l'idea che la vita emotiva e relazionale delle persone anziane sia, o debba essere, esaurita.
Si manifesta in mille modi piccoli e grandi. Nelle battute sui nonni innamorati. Nei figli adulti che si imbarazzano quando un genitore anziano desidera una relazione. Nella letteratura, nel cinema, nella pubblicità — dove il corpo e i sentimenti degli anziani sono quasi sempre assenti o ridicolizzati. E si manifesta, come nel caso di Lucia, nella voce interiore che chiede: cosa direbbe la gente?
"L'ageismo è l'unico pregiudizio socialmente accettato rimasto nelle società occidentali. E tra le sue vittime più silenziose ci sono i sentimenti."
Esistiamo nel pensiero degli altri
Pensando a Lucia ho ritrovato una riflessione che mi accompagna da tempo, che viene dal pensiero di Gregory Bateson. Bateson — antropologo, epistemologo, uno dei fondatori del pensiero sistemico — sosteneva che la mente non risiede dentro l'individuo. Che il soggetto umano non è un'isola chiusa in sé stessa, ma esiste in relazione: nella conversazione, nel riconoscimento reciproco, nello scambio con l'altro.
L'essere umano, diceva Bateson, è fondamentalmente un essere conversazionale. Siamo presenti — davvero presenti — quando siamo nel pensiero di qualcuno. Quando qualcuno ci cerca, ci ricorda, ci desidera. L'identità non è una cosa che abbiamo: è qualcosa che si costruisce e si mantiene nel dialogo continuo con chi ci sta intorno.
Questa visione ha una conseguenza diretta: essere pensati da qualcuno è una forma di vitalità. Non metaforica. Letterale. Un vedovo che fa la corte a Lucia non le sta solo offrendo compagnia. Le sta dicendo: sei qui, sei importante, sei vista. Le sta restituendo uno spazio relazionale che — senza che nessuno lo avesse deciso — si era via via svuotato.
Rifiutare questo per paura del giudizio altrui non è prudenza. È rinunciare a una parte di sé.
Cosa dice la ricerca
Non si tratta solo di riflessioni cliniche. La ricerca psicologica sull'invecchiamento ha prodotto risultati che sfidano molte delle nostre credenze implicite.
Laura Carstensen, psicologa dell'Università di Stanford, ha sviluppato la teoria della selettività socio-emotiva: con l'avanzare dell'età, le persone tendono a dare sempre più importanza alle relazioni emotivamente significative e a ridurre l'investimento in quelle superficiali. In altre parole, gli anziani non diventano emotivamente piatti — diventano più selettivi. Le emozioni positive, in chi invecchia bene, non si riducono: si affinano.
Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine da Lindau e colleghi (2007) ha mostrato che la vita affettiva e sessuale rimane significativa per la maggior parte degli adulti tra i 57 e gli 85 anni. Non è una scoperta scandalosa — o non dovrebbe esserlo. Ma ha sorpreso molti, perché contraddice lo stereotipo dominante.
Erik Erikson, nel suo modello dello sviluppo psicologico lungo l'arco della vita, identificò l'ultima fase — quella della tarda età — con il compito dell'integrità dell'Io: la capacità di guardare alla propria vita con accettazione e senso. Ma integrità non significa chiusura. Significa trovare un filo che tenga insieme quello che è stato e quello che ancora può essere.
Lucia quel filo ce l'ha. È lei che lo tiene — per tutti. Il punto è che forse può tenerlo anche per sé.
Cosa direbbe la gente
La risposta onesta è: qualcuno direbbe qualcosa. C'è sempre qualcuno che dice qualcosa. Ma la domanda vera non è cosa direbbe la gente. È quanto peso vogliamo dare, ancora, a quella voce — rispetto alla nostra.
Lucia ha passato novant'anni a essere presente per tutti. Ha diritto a essere presente anche per sé stessa. A un sorriso che non sia solo rivolto agli altri. A un'emozione che non debba giustificarsi.
Le emozioni non hanno scadenza. E la gente, se la si informa bene, può anche imparare a dirlo.
È normale provare sentimenti romantici in età avanzata?
Sì, del tutto normale. Secondo la teoria della selettività socio-emotiva di Carstensen, con l'età le emozioni positive tendono a diventare più centrali, non meno. Il desiderio di connessione affettiva è una componente della salute psicologica a qualsiasi età — e non ha una data di scadenza.
Cos'è l'ageismo affettivo?
È la forma di pregiudizio che nega o sminuisce la vita emotiva delle persone anziane — l'idea che i sentimenti romantici siano "fuori luogo" dopo una certa età. È una declinazione dell'ageismo descritto da Robert Butler (1969), applicata specificamente alla sfera affettiva e relazionale.
Perché molte persone anziane rinunciano alla propria vita emotiva?
Spesso per aver interiorizzato gli stereotipi culturali dominanti — l'idea che "a una certa età non si fanno più certe cose". A questo si sommano ruoli familiari che riducono la persona al suo compito di cura, senza riconoscere la sua vita interiore. Un percorso psicologico può aiutare a ridare voce a bisogni rimasti a lungo in silenzio.
Riferimenti:
— Bateson G. (1972) — Steps to an Ecology of Mind — Ballantine Books (trad. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, 1977)
— Butler R.N. (1969) — Age-ism: Another form of bigotry — The Gerontologist
— Carstensen L.L. (2006) — The influence of a sense of time on human development — Science
— Erikson E.H. (1982) — The Life Cycle Completed (trad. it. I cicli della vita, Armando, 1999)
— Lindau S.T. et al. (2007) — A study of sexuality and health among older adults in the United States — New England Journal of Medicine
— Cesa-Bianchi M., Cristini C. (2009) — Vecchio sarà lei! — Franco Angeli, Milano
Hai un genitore o un nonno che attraversa una fase di cambiamento? O senti che alcune emozioni tue sono rimaste a lungo senza spazio? Scrivimi oppure leggi come funziona un primo incontro.
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