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Riflessioni · Giugno 2026

Le rughe come mappa di una vita.
Una nota sul tempo che passa.

Dott. C. Jody Gagliardo · Giugno 2026

Oggi ho avuto due conversazioni che non si sono parlate tra loro, ma che nella mia testa occupano lo stesso spazio.

La prima: un'amica che mi ha chiamato per dirmi che suo padre è entrato in cure palliative. Non stava cercando consigli professionali — stava cercando qualcuno che stesse in ascolto mentre lei cominciava a dire addio a qualcuno ancora vivo.

La seconda: ho salutato un mio paziente. Ho lavorato con lui per tre anni, sessione dopo sessione di stimolazione cognitiva. Non sono stati tre anni di guarigione — non è quello che si chiede a questo tipo di percorso. Sono stati tre anni di presenza, di piccole conquiste, di contenimento di una perdita che avanzava lentamente. Mentre lo guardavo per l'ultima volta, mi sono fermato sulle sue rughe. Le guardavo come si guarda una mappa — ogni solco una strada percorsa, ogni linea una storia che non conosco per intero. Una vita lunga, che sta arrivando al suo termine.

E mi sono ritrovato a pensare al tempo. Non con angoscia — o almeno, non solo con angoscia. Con quella qualità di attenzione che arriva nei momenti in cui la vita mostra il suo lato meno addomesticato.

Cosa significa accompagnare qualcuno verso la fine

Le cure palliative sono ancora, nel nostro immaginario collettivo, associate all'idea di "non poter fare più niente". È un fraintendimento profondo. Le cure palliative sono esattamente il contrario: è quando si smette di trattare la malattia e si comincia a prendersi cura della persona. Non è una resa — è una scelta di senso.

La Società Italiana di Cure Palliative definisce questo approccio come "la cura attiva e globale rivolta alle persone affette da malattia non guaribile, con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita". Non la quantità. La qualità. Il che significa: ridurre il dolore fisico, ma anche — e forse soprattutto — dare spazio alle emozioni, alle relazioni, ai significati che quella persona porta con sé.

In Italia, secondo i dati del Ministero della Salute e della SICP (Società Italiana di Cure Palliative), solo una parte delle persone che potrebbero beneficiare di cure palliative le riceve effettivamente. La rete territoriale è disomogenea, e la cultura del "fare tutto il possibile" — inteso come trattamento attivo — fatica a cedere il passo a una cultura del "prendersi cura fino in fondo". Eppure la ricerca mostra che le persone che ricevono cure palliative precoci non solo vivono meglio, ma in alcuni casi vivono anche più a lungo.

Fonte: SICP — Società Italiana di Cure Palliative, sicp.it; Ministero della Salute, Piano nazionale per le cure palliative 2024

Per la figlia che mi ha chiamato oggi, il padre non è ancora morto. Ma lei lo sta già salutando — non perché sia cinica, ma perché è umana. Il lutto anticipatorio è reale, documentato, riconosciuto dalla psicologia clinica. Non è patologico: è il modo in cui la mente si prepara a qualcosa che sa inevitabile. Farlo in solitudine è inutilmente pesante. Avere uno spazio — terapeutico, relazionale, comunitario — in cui dirlo ad alta voce fa una differenza concreta.

Le rughe come mappa

Mentre guardavo il mio paziente oggi, pensavo a quante cose non so di lui. So cosa ricorda e cosa ha dimenticato. So come risponde agli esercizi, in quali momenti la sua attenzione si accende e in quali si spegne. So la sua voce quando dice il nome di qualcuno che ama. Ma non so le strade che hanno inciso quella pelle. Non so i dolori, le gioie, le decisioni che hanno tracciato quelle linee.

Le rughe di un anziano sono la scrittura del tempo sul corpo. Non le si vede spesso, nella cultura dell'immagine in cui viviamo — una cultura che tende a nascondere la vecchiaia o a trattarla come un difetto da correggere. Ma se ci si ferma a guardarle, raccontano qualcosa di più onesto di molte biografie.

Erik Erikson, psicoanalista che ha dedicato gran parte del suo lavoro allo sviluppo attraverso tutto l'arco della vita, descriveva l'ultima fase dell'esistenza come il confronto tra integrità e disperazione. L'integrità è la capacità di guardare indietro alla propria vita e trovare un filo — non necessariamente di successi, ma di senso. La disperazione è il contrario: la sensazione che il tempo sia passato senza che la vita abbia avuto significato.

Lars Tornstam, sociologo svedese, ha elaborato il concetto di gerotranscendenza: una trasformazione della prospettiva che avviene naturalmente in molte persone molto anziane. Si riduce l'interesse per il superfluo, crescono la contemplazione, il senso di connessione con qualcosa di più grande, la capacità di stare nel momento presente. Tornstam la descriveva non come una perdita di interesse per la vita, ma come un cambiamento qualitativo nel modo di viverla. In Italia, questo concetto è stato approfondito da Gianluigi Rocca e dal gruppo di ricerca sull'invecchiamento attivo dell'Università Cattolica.

Fonte: Tornstam L. (2005), Gerotranscendence: A Developmental Theory of Positive Aging — Springer; Rocca G. et al., Università Cattolica del Sacro Cuore

Il tempo che passa per tutti

C'è un rischio, in chi lavora con gli anziani, con la malattia, con la fine della vita: quello di costruire una distanza professionale che protegge ma che impoverisce. Trattare la morte come un fatto clinico, la vecchiaia come una categoria, il paziente come un caso.

Oggi non ci sono riuscito — e non mi dispiace.

Guardare quelle rughe mi ha ricordato che il tempo passa per tutti. Che anche io, se ho fortuna, arriverò ad avere una faccia così segnata. Che le persone che mi sono care invecchieranno, come sto invecchiando anch'io. Che il lavoro che faccio — stare vicino alle persone nei momenti difficili — è anche una forma di allenamento a guardare la vita senza distogliere lo sguardo dalla parte che fa paura.

Non è morbosità. È, credo, una delle cose che rende questo lavoro degno di essere fatto.

La vecchiaia non è il fallimento della vita. È la sua forma più lunga.

La stimolazione cognitiva: prendersi cura quando non si guarisce

Vale la pena dire qualcosa sul lavoro che ho fatto con questo paziente, perché è un lavoro che non si vede molto — e che molte famiglie non conoscono.

La stimolazione cognitiva non è una terapia che ferma il decadimento. Non promette quello che non può mantenere. È un intervento che lavora sulle funzioni ancora presenti — memoria, attenzione, linguaggio, orientamento — per mantenerle il più a lungo possibile, e che al tempo stesso offre alla persona un contesto di relazione, di riconoscimento, di dignità.

Per tre anni, ogni incontro con questo paziente è stato anche un atto di presenza. Un modo di dire: sei ancora qui, sei ancora qualcuno, quello che senti e ricordi conta. Non è poco. Anzi — in una fase della vita in cui spesso il messaggio implicito è il contrario — è moltissimo.

Cosa può fare uno psicologo in una situazione di cure palliative?

Molto. Può lavorare con la persona malata — sulle paure, sui desideri, sulle cose non dette. Può lavorare con i familiari — sul lutto anticipatorio, sulla fatica del caregiving, sulle dinamiche che emergono quando una famiglia si trova davanti alla fine di uno dei suoi membri. E può lavorare sullo spazio tra di loro — su come stare insieme in un momento che nessuno sa come attraversare.

Come si accompagna un genitore anziano verso la fine della vita?

Non esiste una risposta giusta. Esiste la presenza — che non vuol dire avere le parole giuste, ma esserci. Esiste il permesso di piangere insieme, di ricordare, di dire le cose che si è rimandato a dire. E esiste, spesso necessario, uno spazio esterno — con uno psicologo, con un gruppo di supporto — dove mettere il peso di quello che si porta, senza sentirsi in obbligo di essere forti.

Riferimenti:
— Erikson E.H. (1950, 1982), Il ciclo vitale completato — trad. it. Bollati Boringhieri
— Tornstam L. (2005), Gerotranscendence: A Developmental Theory of Positive Aging — Springer
— SICP, Società Italiana di Cure Palliative — sicp.it
— Ministero della Salute, Piano nazionale per le cure palliative, 2024
— Spadin P. (2010), Anziani, istituzioni, comunità — Carocci (sul lavoro psicologico con gli anziani in Italia)
— Trabucchi M. (2016), I vecchi, la città e la medicina — Il Mulino

Stai accompagnando un familiare anziano o attraversando un lutto anticipatorio? Contattami o scrivimi su WhatsApp. Mi occupo di supporto ai caregiver e di stimolazione cognitiva per anziani.

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