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Riflessioni · Maggio 2026

Il lutto non ha un tempo

Contro il mito del "dovresti esserti ripreso". Cosa dice la ricerca sul dolore della perdita e perché non esiste una scadenza.

Dott. C. Jody Gagliardo · Maggio 2026

C'è una frase che le persone in lutto sentono spesso, a volte già poche settimane dopo una perdita: "Ma non stai ancora meglio?" — o nelle sue varianti: "Devi andare avanti", "Lui/lei avrebbe voluto vederti felice", "Devi pensare ai vivi".

Queste frasi nascono da buone intenzioni. Ma tradiscono un'idea diffusa e scientificamente infondata: che il lutto abbia un tempo, una traiettoria prevedibile, una scadenza ragionevole oltre la quale il dolore diventa eccessivo.

Non è così.

Quanto dura normalmente il lutto?

Non esiste una risposta universale. La ricerca mostra traiettorie molto diverse: alcune persone trovano un equilibrio in pochi mesi, altre impiegano anni. La durata dipende dal tipo di perdita, dalla relazione con la persona scomparsa, dal contesto di vita e da molti altri fattori individuali.

Il mito delle cinque fasi

Molti conoscono il modello di Elisabeth Kübler-Ross: le cinque fasi del lutto — negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Pubblicato nel 1969 nel libro On Death and Dying, è diventato uno dei modelli psicologici più diffusi nella cultura popolare.

Il problema è che Kübler-Ross descriveva le emozioni dei pazienti terminali — non dei loro familiari. E anche in quel contesto, non aveva mai inteso le cinque fasi come una sequenza lineare obbligatoria. Le ricerche successive non hanno confermato che le persone in lutto attraversino queste fasi in quell'ordine, o tutte.

Uno studio longitudinale condotto da George Bonanno della Columbia University (Journal of Abnormal Psychology, 2002) su 205 adulti che avevano perso il coniuge ha identificato quattro traiettorie distinte di lutto — non una sequenza universale. La più comune era la cosiddetta "resilienza": circa il 46% dei partecipanti mostrava un livello di disagio relativamente basso fin dall'inizio, senza attraversare fasi intense di depressione. Questo non significa che non soffrissero — significa che il lutto ha molte facce.

Fonte: Bonanno G.A. et al., Journal of Abnormal Psychology, 2002

Quando il lutto diventa "complicato"

Nel DSM-5-TR (2022) è stato introdotto il Disturbo da Lutto Prolungato come categoria diagnostica. I criteri includono: dolore intenso persistente per più di 12 mesi dalla perdita (6 mesi per i bambini), con difficoltà significative nel funzionamento quotidiano.

È importante capire cosa questo significa e cosa non significa. Non significa che dolore dopo 12 mesi sia patologico — significa che quando il lutto non si integra nella vita e impedisce di funzionare, può essere utile un supporto professionale. La distinzione non è tra "lutto normale" e "lutto sbagliato", ma tra lutto che evolve — anche lentamente — e lutto che si blocca.

Una meta-analisi pubblicata su World Psychiatry (Lundorff et al., 2017) su 14 studi e oltre 68.000 partecipanti ha stimato che il Disturbo da Lutto Prolungato colpisce circa il 9,8% delle persone in lutto. La prevalenza sale significativamente in seguito a perdite traumatiche, improvvise o violente.

Fonte: Lundorff M. et al., World Psychiatry, 2017

Il lutto non è solo tristezza

Una delle cose che la ricerca ha chiarito è che il lutto non è un'emozione sola — è un'esperienza che comprende tristezza, ma anche rabbia, senso di colpa, sollievo, intorpidimento, nostalgia, ansia, e a volte momenti di gioia che generano a loro volta senso di colpa. Tutte queste emozioni sono normali.

La rabbia, in particolare, è spesso la più silenziata. Rabbia verso la persona scomparsa per averci lasciato, verso i medici, verso se stessi, verso chi continua a vivere normalmente. È una risposta comprensibile a una perdita che non si è scelto di subire.

Cosa aiuta davvero

La ricerca sul lutto identifica alcuni fattori protettivi: il supporto sociale (non necessariamente parlare della perdita — anche semplicemente non essere soli), la possibilità di dare un significato alla perdita, e la flessibilità nel muoversi tra il dolore e il resto della vita.

William Worden, nel suo modello dei "compiti del lutto" (Grief Counseling and Grief Therapy, 1991), descrive non fasi da attraversare ma compiti da affrontare: accettare la realtà della perdita, elaborare il dolore, adattarsi a un mondo senza la persona scomparsa, trovare un modo per mantenere una connessione con lei pur andando avanti. Sono compiti che non hanno una scadenza.

Quando ha senso rivolgersi a uno psicologo per il lutto?

Quando il dolore non si integra nella vita quotidiana — quando impedisce di lavorare, di prendersi cura di sé o degli altri, o quando si è soli e senza supporto. Non è necessario aspettare che diventi insostenibile. Un supporto precoce può prevenire il consolidarsi di un lutto complicato.

Il lutto non è una malattia da guarire. È una risposta umana alla perdita di qualcuno che amavamo. Non ha un tempo. Non ha una forma giusta. Ha bisogno di spazio — e, quando necessario, di accompagnamento.

Riferimenti:
— Bonanno G.A. et al. (2002), Resilience to loss and chronic grief — Journal of Abnormal Psychology
— Lundorff M. et al. (2017), Prevalence of prolonged grief disorder — World Psychiatry
— APA, DSM-5-TR (2022) — Disturbo da Lutto Prolungato
— Worden J.W. (1991), Grief Counseling and Grief Therapy — Springer

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