Ho letto su un social il racconto di un episodio scolastico: un bambino che mostra aggressività verso un compagno. Fin qui, una situazione che accade — le classi sono sistemi complessi, i bambini attraversano fasi difficili, la scuola è un contenitore che a volte non regge tutto quello che ci si porta dentro.
Quello che mi ha colpito era il dettaglio aggiunto quasi a margine: il bambino ha un nome preso dall'Iliade.
Ho chiesto cosa c'entrassero le due cose. La risposta è arrivata senza esitazione: ormai si fanno i figli per dargli nomi a caso.
Mi sono fermato. Non per difendere i nomi mitologici — ho le mie ragioni personali per farlo, ma non è questo il punto. Mi sono fermato perché quella risposta conteneva qualcosa di molto più interessante da osservare: un pregiudizio in azione. Pulito, involontario, e abbastanza rivelatore.
Cosa sta succedendo, cognitivamente
Il ragionamento implicito è questo: nome insolito → genitori frivoli o superficiali → bambino mal educato → comportamento aggressivo. Una catena causale costruita su inferenze, non su fatti. Nessun passaggio di questa catena è verificato. Eppure suona coerente — e questa coerenza percepita è esattamente il problema.
In psicologia cognitiva questo meccanismo ha un nome: illusory correlation, correlazione illusoria. Tendiamo a percepire connessioni tra eventi che si presentano insieme, anche quando non esiste nessun legame reale tra loro. Il bambino si chiama Achille. Il bambino è aggressivo. Ergo: il nome è indice di qualcosa.
A questo si aggiunge il bias di conferma: una volta costruita l'ipotesi (questi genitori danno nomi a caso, non si occupano dei figli), il cervello inizia a cercare conferme e a scartare gli elementi che non si adattano. I mille bambini con nomi convenzionali che fanno le stesse cose diventano invisibili. Il bambino con il nome mitologico diventa la prova.
Il linguistic intergroup bias, studiato da Maass et al. (1989), mostra come descriviamo i comportamenti in modo diverso a seconda di chi appartiene al nostro gruppo e chi no. I comportamenti negativi di chi percepiamo come "diverso" vengono descritti in termini astratti e stabili ("è aggressivo", "è così") mentre gli stessi comportamenti in chi percepiamo simile a noi vengono descritti in termini concreti e situazionali ("ha reagito", "era stanco"). Il nome insolito è un marcatore di alterità — e innesca automaticamente questa asimmetria.
Fonte: Maass A. et al. (1989), Language use in intergroup contexts — Journal of Personality and Social PsychologyLa cornice sistemica: dove si forma un comportamento
Dal punto di vista sistemico-relazionale — l'approccio che guida il mio lavoro clinico — un comportamento non appartiene all'individuo. Appartiene al sistema in cui si manifesta. L'aggressività di un bambino a scuola non è una proprietà di quel bambino, come il colore degli occhi. È una risposta che emerge da un intreccio di contesti: la famiglia, la classe, le relazioni con i pari, il momento dello sviluppo, la storia relazionale con quell'insegnante, quello che è successo quella mattina prima di entrare in classe.
Gregory Bateson — uno dei padri del pensiero sistemico — sosteneva che la mente non è dentro la testa, ma nei pattern di relazione. Il comportamento non si spiega guardando l'individuo isolato: si spiega guardando le relazioni in cui quell'individuo è immerso.
Mara Selvini Palazzoli e il gruppo di Milano, tra i pionieri della terapia sistemica in Italia, hanno mostrato attraverso decenni di lavoro clinico come i sintomi — anche quelli più individuali in apparenza — abbiano sempre una funzione nel sistema relazionale in cui si manifestano. Un bambino aggressivo a scuola porta spesso qualcosa che non riesce a portare altrove: tensioni familiari, ansie non dette, bisogni di riconoscimento non soddisfatti. Il sintomo è una comunicazione, non una caratteristica.
Fonte: Selvini Palazzoli M. et al. (1975), Paradosso e controparadosso — Feltrinelli; Selvini M. (a cura di, 1988), Cronaca di una ricerca — La Nuova Italia ScientificaIl nome come specchio del pregiudizio
Torno al nome. Perché è il dettaglio più interessante.
Scegliere un nome è uno degli atti più densi di significato che un genitore compie. Non è mai "a caso" — anche quando sembra esserlo. Dietro ogni nome c'è una storia, un'eredità, un desiderio, un'immagine del figlio che si immagina. Chi sceglie Enea, Achille, Ettore sta costruendo un ponte tra una storia antica e un bambino che verrà. Chi sceglie Marco o Sara porta altri significati, altrettanto carichi.
Il pregiudizio della signora sul social non riguarda davvero il nome. Riguarda la sua idea di che tipo di genitori usino quel nome — e, per estensione, che tipo di bambino quei genitori producano. Il nome diventa un proxy per una classe sociale, un'appartenenza culturale, un giudizio sulla genitorialità altrui.
È un meccanismo antico. I nomi hanno sempre funzionato come marcatori identitari — di famiglia, di religione, di appartenenza territoriale. Quello che è cambiato, forse, è la direzione del giudizio: un tempo i nomi "strani" erano quelli troppo popolari o troppo dialettali. Oggi sono quelli troppo colti o troppo originali. Il bersaglio cambia; il meccanismo resta uguale.
Non giudichiamo il bambino dal nome. Giudichiamo i genitori — e poi ci raccontiamo che stiamo parlando del bambino.
Cosa resta, sistemicamente
Se fossi chiamato a lavorare con quel bambino aggressivo — e con la sua famiglia e la sua classe — non inizierei dal nome. Inizierei dalle domande: cosa succede in quella classe? Cosa sta portando quel bambino da casa? Come reagisce l'insegnante? Come si posizionano i compagni? Cosa comunica questa aggressività, e a chi?
Queste domande aprono. La spiegazione dal nome chiude. E quando chiudiamo troppo presto, perdiamo tutto quello che c'era da capire.
Il bambino dell'Iliade — chiunque esso sia — merita che qualcuno si faccia queste domande. Non che qualcuno su internet decida che il problema è come si chiama.
Come rispondere quando si sentono spiegazioni semplicistiche sul comportamento dei bambini?
Con curiosità, non con correzione. "Come mai pensi che siano collegate le due cose?" è più utile di "non è così". Le spiegazioni semplicistiche di solito servono a chi le fa — danno un senso immediato a qualcosa di complesso, riducono l'ansia dell'incertezza. Smontarle frontalmente produce difensività. Aprire una domanda produce, a volte, riflessione.
Il nome influenza davvero il carattere di un bambino?
Non direttamente. Ma può influenzare le aspettative di chi gli sta intorno — insegnanti, compagni, estranei — e queste aspettative, nel tempo, plasmano la relazione con quel bambino e, attraverso la relazione, il suo modo di stare nel mondo. Non il nome in sé: le narrazioni che gli adulti costruiscono intorno a quel nome. La differenza non è piccola.
Riferimenti:
— Maass A. et al. (1989), Language use in intergroup contexts — Journal of Personality and Social Psychology
— Selvini Palazzoli M. et al. (1975), Paradosso e controparadosso — Feltrinelli
— Bateson G. (1972), Steps to an Ecology of Mind — trad. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi
— Ugazio V. (1998), Storie permesse, storie proibite — Bollati Boringhieri
— Kahneman D. (2011), Thinking, Fast and Slow — trad. it. Pensieri lenti e veloci, Mondadori
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