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Riflessioni · Maggio 2026

Il nome è già identità.
Una riflessione sui gemelli.

Dott. C. Jody Gagliardo · Maggio 2026

Ho visto un post su Facebook qualche giorno fa. Qualcuno chiedeva suggerimenti per i nomi delle proprie figlie — due gemelle in arrivo — possibilmente di tre lettere. Nei commenti si moltiplicavano le proposte: Mia e Lia, Eva e Ada, Lea e Bea.

Mi sono fermato un momento su quella pagina, con un pensiero che non riuscivo a mettere da parte: chiedere il nome di proprio figlio agli sconosciuti di un social network. Non è un giudizio — è un'osservazione. E come spesso accade con le osservazioni che disturbano, c'è qualcosa di interessante da esplorare.

Il nome non è un dettaglio

Il nome è il primo atto con cui un genitore riconosce un figlio come individuo. Non come "il bambino", non come "i gemellini" — come quella persona specifica, con un suono che le appartiene, che la chiama nel mondo, che diventerà parte di come si percepisce.

La psicoanalisi lo ha detto in molti modi: il nome precede la nascita psicologica del soggetto. I genitori fantasticano sul figlio ancora prima che nasca, e il nome è parte di quella fantasia. È il punto di contatto tra il bambino immaginato e il bambino reale. Delegarlo a una votazione collettiva su internet solleva una domanda legittima: quanto spazio c'è, in quella famiglia, per la soggettività di quel figlio?

Il nome influenza davvero lo sviluppo di un bambino?

La ricerca mostra che sì — il nome ha effetti reali. Studi di psicologia sociale documentano come i nomi influenzino le aspettative degli adulti e le interazioni sociali fin dai primi anni di vita. Ma l'effetto più profondo è simbolico: il nome è il primo messaggio che un figlio riceve su chi è e chi è atteso che diventi.

I gemelli e la fatica di essere due

Per i gemelli, questa questione ha un peso specifico.

Chi lavora con famiglie di gemelli — e chi è gemello — conosce bene quella fatica sottile che non si nomina facilmente: essere percepiti come un'unità prima ancora di essere visti come individui. "I gemellini". Vestiti uguali. Foto uguali. Compleanno uguale. La stessa classe, spesso. Lo stesso gruppo di amici, almeno all'inizio. Una storia condivisa che può diventare, se non gestita con attenzione, una prigione affettuosa.

Lo sviluppo dell'identità — quel processo lungo e faticoso con cui un bambino costruisce il senso di essere se stesso e non qualcun altro — per i gemelli avviene in un contesto in cui lo specchio è sempre occupato. C'è già qualcuno che si somiglia, che ha la stessa età, che condivide la stessa storia. Differenziarsi richiede uno sforzo in più.

Una ricerca di Alessandra Piontelli (2002), psicoanalista e ostetrica dell'Università di Milano, basata su osservazioni ecografiche e follow-up longitudinali, ha documentato come i gemelli sviluppino già in utero comportamenti differenziati e modalità di interazione proprie. La tendenza a trattarli come un'unità indifferenziata dopo la nascita contrasta con una differenziazione che è già biologicamente presente prima di venire al mondo.

Fonte: Piontelli A. (2002), Twins: From Fetus to Child — Routledge

Nomi coordinati: estetica o messaggio?

Mia e Lia. Eva e Ada. Lea e Bea. Nomi che rimano, nomi che iniziano con la stessa lettera, nomi costruiti a coppia. È comprensibile — c'è una logica estetica, una certa armonia, e anche una forma di orgoglio genitoriale nel trovare una soluzione "creativa".

Ma cosa comunicano questi nomi a chi li porta?

Comunicano che la loro identità è stata pensata in coppia fin dall'inizio. Che il loro nome non esiste da solo — ha senso solo se affiancato all'altro. Che la loro individualità è stata, fin dal primo atto nominativo, inscritta in una dualità.

Non è automaticamente un danno. Ma è un messaggio. E i messaggi che i genitori danno ai figli — anche quelli inconsapevoli, anche quelli che sembrano dettagli — lasciano tracce.

Uno studio di Hay e Peay pubblicato su Twin Research and Human Genetics (2014) ha analizzato le preferenze nei nomi per i gemelli in un campione di oltre 3.000 famiglie australiane. I risultati mostrano che la tendenza a scegliere nomi coordinati (per suono, lettera iniziale o tema) è significativamente più alta rispetto ai fratelli non gemelli, e correla con pratiche di accudimento più simmetriche — stessa stanza, stessi vestiti, stessa scuola — che la letteratura associa a maggiore difficoltà di individuazione nell'adolescenza.

Fonte: Hay D.A., Peay H. (2014) — Twin Research and Human Genetics

Il diritto a un nome che stia da solo

La mia posizione è semplice, e viene dall'esperienza clinica oltre che dalla letteratura: ogni bambino — gemello o no — ha diritto a un nome che abbia senso da solo. Un nome che non si spieghi solo in funzione del fratello. Un nome che, se lo chiami da solo in una stanza, non evochi automaticamente l'altro.

I gemelli condividono già così tanto — la data di nascita, spesso la classe, spesso i confronti inevitabili di chi li circonda. Almeno il nome che sia loro. Completamente, inequivocabilmente loro.

"Il nome è la prima cosa che un genitore dà a un figlio e l'ultima che un figlio porta con sé."

E la scelta delegata ai social?

Torno al post di Facebook, perché quella è la scintilla di questo articolo.

Non so nulla di quei genitori — probabilmente stavano semplicemente cercando ispirazione, come si fa con le ricette o con i nomi dei gatti. E tuttavia la scelta del nome di un figlio mi sembra uno di quei gesti che dovrebbe richiedere una conversazione intima tra i genitori, magari con le famiglie di origine, forse con un po' di silenzio e di attesa.

Non perché i social siano sbagliati. Ma perché quel figlio — quei figli — meritano di sapere, un giorno, che il loro nome è stato cercato con cura. Che qualcuno ci ha pensato sul serio. Che non è venuto da un'opzione in un thread di commenti.

Il nome è già identità. E l'identità merita di essere pensata.

Come aiutare i gemelli a sviluppare un'identità individuale?

Il nome è solo un aspetto. La ricerca indica che le pratiche più utili includono: favorire attività separate, rispettare preferenze e interessi diversi, evitare confronti sistematici, parlare a ciascuno individualmente e non sempre "ai gemelli". Soprattutto: riconoscere e nominare le differenze invece di enfatizzare sempre le somiglianze.

Riferimenti:
— Piontelli A. (2002), Twins: From Fetus to Child — Routledge
— Hay D.A., Peay H. (2014) — Twin Research and Human Genetics
— Zazzo R. (1960), Les jumeaux, le couple et la personne — PUF (classico della psicologia dei gemelli)
— Sandbank A.C. (a cura di, 1999), Twin and Triplet Psychology — Routledge

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