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Famiglia · Giugno 2026

Separazione e figli.
Cosa cambia con l'età.

Non esiste un modo indolore. Ma esiste un modo più attento — che parte dal capire come un bambino vive questa situazione in base a dove si trova nel suo sviluppo.

Dott. C. Jody Gagliardo · Giugno 2026

La separazione è uno dei momenti in cui le famiglie si rivolgono più spesso a un professionista. E raramente arrivano in studio con le idee chiare — arrivano con il peso di una decisione già presa o in corso, con sensi di colpa, con domande che girano da settimane: quanto li stiamo danneggiando? Lo capiranno? Cosa gli diciamo?

Non ho risposte semplici. Nessuno le ha, e chi dice di averle probabilmente sta semplificando qualcosa di complesso. Quello che posso fare è guardare insieme a questa situazione da un angolo specifico — quello sistemico-relazionale — che considera la famiglia come un sistema in trasformazione, non come qualcosa che si rompe.

La separazione non è la fine di una famiglia. È la fine di una forma di famiglia. Quello che rimane — e che rimane sempre, nella misura in cui ci sono figli — è la genitorialità. Che deve continuare, anche quando la coppia no.

Una premessa che conta

Prima di entrare nel dettaglio per fasce d'età, vale la pena fermarsi su un dato che la ricerca restituisce con coerenza: non è la separazione in sé a determinare l'esito per i figli. È il livello di conflitto che la accompagna e la qualità della relazione genitore-figlio dopo.

Studi longitudinali mostrano che tra il 70 e l'80% dei bambini con genitori separati non manifesta problemi duraturi nel lungo periodo. Il fattore che incide di più sullo sviluppo non è la struttura familiare post-separazione, ma l'esposizione prolungata al conflitto e la disponibilità emotiva dei genitori nei confronti dei figli. Una separazione gestita con bassa conflittualità non è necessariamente associata a un aumento di problemi comportamentali.

Fonte: Hetherington E.M. (1992); Amato P.R. (2000, 2010); Xerxa et al. (2020)

Questo non significa che sia facile. Significa che i margini per fare bene esistono — e dipendono in larga misura da come i genitori gestiscono la transizione, non solo dalla transizione in sé.

Come cambia la comprensione con l'età

Un bambino di tre anni e un ragazzo di quattordici vivono la stessa separazione in modo radicalmente diverso — perché il loro sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale è diverso. Capire dove si trova un figlio nel suo percorso è il punto di partenza per accompagnarlo in modo adeguato.

Fino a 3 anni

Prima infanzia

In questa fase i bambini non comprendono la separazione come evento — non hanno ancora gli strumenti cognitivi per farlo. Ma percepiscono il clima emotivo con grande sensibilità. L'assenza di un genitore, i cambiamenti nella routine, la tensione nell'aria: tutto questo arriva, anche se non viene elaborato verbalmente.

I segnali più frequenti sono regressivi: risvegli notturni che erano scomparsi, difficoltà nell'alimentazione, maggiore difficoltà alla separazione dal genitore affidatario. Non si tratta di capricci — è il modo in cui il sistema nervoso di un bambino piccolo risponde all'instabilità dell'ambiente.

Cosa aiuta: mantenere le routine il più possibile, garantire presenza fisica e contatto, non trasmettere ansia con il linguaggio del corpo. A questa età la stabilità si comunica con i gesti, non con le parole.

3-6 anni

Età prescolare

Questa è la fascia in cui compare più frequentemente il pensiero magico e, con esso, l'autoattribuzione di responsabilità. Un bambino di quattro anni che ha litigato con il papà tre giorni prima che papà se ne andasse può convincersi — a un livello non verbale, pre-logico — di avere causato quella separazione. È una delle dinamiche più delicate, e spesso la meno visibile.

Compaiono spesso fantasie di riconciliazione: il bambino immagina che mamma e papà torneranno insieme, e costruisce scenari in cui questo accade. Non è negazione — è il suo modo di gestire qualcosa che supera la sua capacità di elaborazione.

Sul piano comportamentale: regressioni (ritorno al ciuccio, pipì a letto), ansia alla separazione, attaccamento esasperato a uno dei genitori, oppure comportamenti aggressivi con i pari.

Cosa aiuta: spiegare con parole semplici e concrete, ripetendo più volte nel tempo. "Papà e mamma non vivono più insieme, ma tu hai sempre due genitori che ti vogliono bene." Correggere con delicatezza il senso di colpa quando emerge: "Non è successo per colpa tua. Mai."

6-11 anni

Età scolare

In questa fase i bambini hanno già gli strumenti per capire cosa sta succedendo — ma non sempre quelli per elaborarlo. Emerge la tristezza come emozione centrale, la sensazione di perdita, il rimpianto per come era prima. Possono chiedere apertamente perché i genitori non stanno più insieme, e meritano risposte vere — non necessariamente complete, ma oneste.

Il rischio specifico di questa età è il conflitto di lealtà: il bambino si sente diviso tra i due genitori, e interpreta qualsiasi segno di vicinanza a uno come tradimento dell'altro. Questo schema — che emerge spontaneamente, senza che nessuno lo abbia pianificato — è uno dei più logoranti per lo sviluppo emotivo, e si accentua enormemente quando i genitori si svalutano a vicenda davanti ai figli.

Sul piano scolastico può comparire un calo della concentrazione o del rendimento — non necessariamente per disorganizzazione cognitiva, ma perché la mente è impegnata altrove.

Cosa aiuta: permettere al bambino di voler bene a entrambi i genitori senza sentirsi in colpa. Non chiedere di fare il tramite tra adulti. Non usarlo come confidente delle proprie difficoltà. Mantenere il contatto con le sue routine sociali — amici, sport, scuola.

12-18 anni

Adolescenza

L'adolescente ha gli strumenti cognitivi per capire — ma non sempre quelli emotivi per accettare. La separazione arriva in un momento già di per sé complesso, in cui si sta lavorando all'identità, all'autonomia, alla separazione fisiologica dalla famiglia. La separazione dei genitori può interferire con questo processo in due direzioni opposte.

La prima: accelerazione precoce dell'autonomia. Il ragazzo prende le distanze da entrambi i genitori, si chiude, si rifugia nei pari. In apparenza sembra adattarsi bene — in realtà sta evitando.

La seconda: assunzione di un ruolo adulto. Il figlio si fa carico emotivamente di un genitore in difficoltà, diventa il suo confidente, il suo supporto. È una delle dinamiche più rischiose — non perché il ragazzo sia cattivo, ma perché viene sottratto alla propria fase di sviluppo per occupare uno spazio che non gli appartiene.

Gli adolescenti possono anche esprimere la separazione attraverso la scuola, i comportamenti a rischio, i cambiamenti nel sonno o nell'alimentazione.

Cosa aiuta: continuare a essere genitori, anche quando è difficile. Non scaricare sugli adolescenti la gestione emotiva della separazione. Permettere che esprimano rabbia — anche verso di voi — senza interpretarla come mancanza di affetto.

Il punto che attraversa tutte le età

C'è una cosa che la ricerca indica con chiarezza, indipendentemente dall'età dei figli: il conflitto aperto tra i genitori è il fattore più dannoso. Non la separazione in sé. Non il fatto che i figli abbiano due case. Il conflitto — quello esplicito, davanti ai figli, o quello sottile che passa attraverso commenti, sospiri, domande tendenziose — è ciò che logora di più.

La coppia può finire. La genitorialità no. E quella distinzione, tenuta ferma anche nei momenti più difficili, è la cosa più protettiva che due genitori possano fare per i loro figli.

Dal punto di vista sistemico, la separazione non è un evento puntuale ma un processo — che dura mesi, spesso anni, e che attraversa fasi diverse. Il modo in cui viene gestita all'inizio condiziona molto quello che viene dopo. Non è una condanna — è un'opportunità, faticosa, di ridefinire come continuare a fare genitori in una forma diversa.

Quando ha senso portare i figli da uno psicologo durante una separazione?

Quando si osservano cambiamenti persistenti nel comportamento, nel rendimento scolastico, nel sonno o nell'alimentazione. Quando un figlio sembra chiudersi o, al contrario, assumere un ruolo di sostegno emotivo a un genitore. Quando la conflittualità tra gli adulti è alta e il figlio è nel mezzo. Non si tratta di aspettare che ci sia una crisi conclamata — spesso uno spazio di ascolto precoce è più efficace di un intervento tardivo.

Ha senso fare terapia di coppia durante una separazione?

Sì — non per ricucire la coppia, ma per costruire una co-genitorialità funzionale. È uno degli interventi più utili che esistano in questa fase, e spesso il più trascurato. Imparare a comunicare sulla gestione dei figli senza che ogni conversazione diventi uno scontro è una competenza che si può allenare — e che cambia significativamente la qualità della vita di tutta la famiglia.

Riferimenti:
Internazionali
— Hetherington E.M. (1992), Coping with marital transitions — Monographs of the Society for Research in Child Development
— Amato P.R. (2000), The consequences of divorce for adults and children — Journal of Marriage and Family
— Amato P.R. (2010), Research on divorce: Continuing trends and new developments — Journal of Marriage and Family
— Wallerstein J.S., Kelly J.B. (1980), Surviving the Breakup — Basic Books
— Xerxa Y. et al. (2020), Associations of parental separation — European Child & Adolescent Psychiatry

Italiani
— Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A. (2009), I figli che affrontano la separazione dei genitori — Psicologia Clinica dello Sviluppo, 13(1)
— Cigoli V., Scabini E. (2000), Il famigliare: legami, simboli e transizioni — Raffaello Cortina
— Francescato D. (1992), Quando l'amore finisce — Il Mulino
— Marzotto C. (a cura di, 2010), I gruppi di parola per i figli di genitori separati — Vita e Pensiero
— Mercuri E., Naldini M. (2020), Genitori e figli dopo la separazione — La Rivista delle Politiche Sociali, n.1

Stai attraversando una separazione e vuoi capire come supportare i tuoi figli? Contattami o scrivimi su WhatsApp. Mi occupo di terapia familiare e di coppia.

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