Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata. Dall'altra parte c'era un uomo — lo chiamerò così, senza altri dettagli — che aveva già preso contatto via mail qualche giorno prima, illustrando a grandi linee la sua situazione. Ci siamo parlati per quarantacinque minuti.
In quel tempo mi ha raccontato una vita complessa: disturbi neurologici, difficoltà di personalità, una storia familiare da cui non si è mai davvero separato. A quarantacinque anni si sente vecchio, finito, incapace di costruire relazioni affettive. Vive con una madre anziana e malata, in condizioni economiche difficili. Il mondo fuori sembra andare a una velocità che non gli appartiene — e da quella velocità si sente escluso da tempo.
Non sapeva bene cosa cercasse, nel chiamarmi. Lo ha detto esplicitamente: non so nemmeno cosa voglio. Gli ho rimandato che quello di cui potrebbe aver bisogno non è solo un sostegno psicologico individuale, ma una rete — fatta di professionisti diversi, di servizi, di presenze concrete. Ha detto che ci avrebbe pensato. Che mi avrebbe ricontattato.
Poi, mentre lo salutavo, mi ha ringraziato. Gli ho detto che non c'era motivo. E lui ha insistito: era la prima volta, mi ha detto, che si sentiva accolto. Ascoltato. Che qualcuno stesse davvero con lui, anche solo per quarantacinque minuti.
Quella frase mi è rimasta addosso tutto il giorno.
Non solo una questione individuale
Il disagio psicologico — quello che arriva in studio, quello che si manifesta nelle crisi, quello che si sente in una telefonata come questa — non nasce nel vuoto. Non è solo il risultato di una storia personale, di una genetica, di un pattern di pensiero disfunzionale. È anche — spesso — il prodotto di un contesto. Di un sistema di relazioni che non ha retto. Di una società che non ha trovato un posto per chi non riesce a stare al passo.
Franco Basaglia lo aveva capito con decenni di anticipo. Il suo lavoro — che ha portato alla legge 180 del 1978, la riforma psichiatrica più radicale che l'Europa abbia prodotto — partiva da un'intuizione semplice e rivoluzionaria: il malato mentale non è solo malato. È anche escluso. E l'esclusione non è una conseguenza della malattia — spesso è una sua causa, o almeno una sua amplificazione.
Basaglia scrisse che la malattia mentale è inscindibile dalla condizione sociale in cui si manifesta. Non si cura la mente astraendola dal contesto — si cura la persona dentro il suo mondo. Questa prospettiva ha ispirato la psichiatria di comunità italiana e rimane una delle eredità più originali del pensiero clinico nel nostro paese.
Fonte: Basaglia F. (1968), L'istituzione negata — Einaudi; Basaglia F. (1981), Scritti vol. I e II — EinaudiL'OMS, nel suo rapporto sui determinanti sociali della salute, è esplicita: povertà, isolamento, mancanza di lavoro dignitoso, assenza di reti di supporto — questi fattori non sono solo correlati al disagio psicologico. Sono tra le sue cause principali. Non si può pensare alla salute mentale senza pensare alle condizioni materiali e relazionali in cui le persone vivono.
L'isolamento come patologia silenziosa
L'uomo con cui ho parlato non era solo per una scelta. Era solo perché le circostanze lo avevano progressivamente stretto in uno spazio sempre più piccolo: una famiglia da cui non si era mai separato davvero, una madre bisognosa di cure, una rete sociale che si era sgretolata nel tempo, una sensazione crescente di non appartenere a nessun posto.
L'isolamento sociale non è una condizione passiva. Ha effetti attivi, documentati, sulla salute fisica e mentale. Studi longitudinali mostrano che la solitudine cronica è associata a un aumento del rischio di depressione, ansia, declino cognitivo precoce e mortalità prematura paragonabile a quello del fumo.
In Italia, secondo i dati ISTAT (2023), quasi il 15% degli adulti dichiara di non avere nessuno con cui parlare dei propri problemi. Tra gli uomini over 45 che vivono soli o con un familiare anziano, la percentuale è significativamente più alta. Il nostro paese ha una rete formale di servizi sociali e sanitari che non riesce ancora a intercettare sistematicamente chi vive in questa condizione — perché chi è davvero isolato spesso non sa a chi rivolgersi, o non si sente degno di farlo.
Fonte: ISTAT, Rapporto annuale 2023 — Condizioni di vita e reti socialiLa società della prestazione e chi non riesce a starci
L'uomo con cui ho parlato ha usato più volte, in modi diversi, la stessa immagine: un mondo che va troppo veloce, troppo competitivo, troppo pieno di persone che sembrano sapere cosa fare e dove andare. E lui che guarda da fuori, senza riuscire ad entrare.
Non è una percezione irrazionale. È una lettura abbastanza precisa di qualcosa che esiste.
Il sociologo Richard Sennett, in La corrosione del carattere (1998, trad. it. Feltrinelli), descriveva il nuovo capitalismo flessibile come un sistema che premia la mobilità, l'adattabilità, la capacità di reinventarsi continuamente — e che lascia indietro chi ha bisogno di stabilità, di tempi più lunghi, di relazioni che non si rinnovano ogni due anni. Non è un sistema malvagio per scelta: è un sistema ottimizzato per un certo tipo di persona, che non è l'unico tipo di persona che esiste.
Chi non riesce a stare dentro quei ritmi — per fragilità psicologica, per condizioni di salute, per storia familiare, per povertà — tende a scivolare fuori dalla visibilità sociale. Non perché non valga niente. Ma perché il sistema non ha predisposto un posto per lui.
La malattia mentale prospera nell'invisibilità. E l'invisibilità prospera nell'indifferenza collettiva.
Sentirsi accolti — e perché quella frase conta
Quando quell'uomo mi ha detto che era la prima volta che si sentiva accolto, ho pensato a quante volte questo accade. Non come eccezione — come regola, per certe persone, in certi contesti.
C'è una ricerca consolidata — in Italia approfondita da Carla Ripamonti e da altri studiosi nell'ambito della psicologia clinica e della salute — che mostra come la qualità della relazione terapeutica sia il predittore più forte dell'esito di qualsiasi percorso di cura. Più dell'orientamento teorico, più delle tecniche, più dei farmaci in molti casi. La relazione — il sentirsi visti, ascoltati, non giudicati — ha un effetto terapeutico diretto.
Ma quella frase mi ha fatto pensare a qualcosa di più. Se la prima volta che qualcuno si sente accolto è a quarantacinque anni, in una telefonata con uno psicologo che non aveva mai sentito prima — qualcosa nel sistema relazionale attorno a quella persona ha smesso di funzionare molto tempo fa. La famiglia non ha retto. Le istituzioni non hanno intercettato. Il tessuto sociale non ha contenuto.
Non è colpa di nessuno in particolare. È il risultato di molte cose che non si sono incontrate nel momento giusto.
Il limite di uno psicologo — e il senso della rete
Ho detto a quell'uomo che non basta uno psicologo. Non perché il lavoro psicologico non serva — serve, eccome. Ma perché la complessità di quella situazione richiede una rete: un medico, eventualmente uno psichiatra, un assistente sociale, forse un servizio territoriale che possa sostenere la madre e alleggerire il carico. E, più di tutto, una qualche forma di appartenenza — un luogo, un gruppo, una presenza regolare che non sia solo quella di uno studio.
Questo è il limite strutturale del lavoro clinico individuale: può aprire uno spazio, può accompagnare un cambiamento, ma non può sostituire il tessuto sociale che manca. Non può fare da solo quello che un quartiere, una comunità, una famiglia funzionante dovrebbero fare.
Basaglia lo sapeva. Lo sappiamo anche noi — e faticamo comunque a costruire le reti che servono, perché costruire reti richiede risorse, tempo e una visione politica che la salute mentale la tratti come priorità collettiva e non come servizio residuale.
Cosa si può fare se ci si sente isolati e non si sa a chi rivolgersi?
Il primo passo è il più difficile — e spesso è chiedere. A un medico di base, a uno sportello di ascolto, a un servizio di salute mentale territoriale. In Italia esistono i Centri di Salute Mentale (CSM) presenti in ogni ASL, accessibili senza prenotazione specialistica. Non sono perfetti, e la qualità varia molto da territorio a territorio. Ma esistono — e sono il punto di ingresso più diretto per chi non sa da dove cominciare.
La solitudine cronica si può affrontare con la psicoterapia?
Sì — ma non da sola. La psicoterapia può aiutare a capire cosa ha contribuito all'isolamento, a lavorare sulle difficoltà relazionali, a ridurre l'ansia sociale o la paura del rifiuto che spesso alimentano il ritiro. Ma il lavoro terapeutico deve accompagnarsi, quando è possibile, a un graduale reinserimento nella vita sociale reale — attraverso gruppi, attività, qualsiasi forma di presenza condivisa. La relazione si impara nella relazione, non solo parlando di relazione.
Riferimenti:
— Basaglia F. (1968), L'istituzione negata — Einaudi
— Basaglia F. (1981), Scritti vol. I e II — Einaudi
— Sennett R. (1998), The Corrosion of Character — trad. it. La corrosione del carattere, Feltrinelli
— OMS (2008), Closing the gap in a generation: Health equity through action on the social determinants of health — World Health Organization
— ISTAT (2023), Rapporto annuale — Condizioni di vita e reti sociali
— Ripamonti C.A. (2018), Psicologia per la salute — Il Mulino
— De Girolamo G. et al. (2007), Salute mentale in Italia — Quaderni del Ministero della Salute
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