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Riflessioni · Giugno 2026

L'uomo può essere felice?

Filosofi, psicanalisti e persino Totò dicono di no. Forse hanno ragione — se cerchiamo la felicità come stato permanente. Ma se la trattiamo come un processo consapevole, il discorso cambia.

Dott. C. Jody Gagliardo · Giugno 2026

È una domanda antica. Così antica che ci siamo quasi rassegnati ad averla senza risposta. Eppure continua a tornare — nei colloqui, nelle conversazioni, nei momenti in cui la vita si ferma un istante e chiede conto di sé.

Posso essere felice? Lo sono stato? Lo sarò?

Ho sempre trovato interessante che questa domanda la facciano soprattutto le persone intelligenti. Quelle che si fermano, che ci pensano, che non si accontentano di una risposta facile. Ed è proprio da loro che arriva, spesso, la risposta più sconsolante: no.

I pessimisti hanno buone ragioni

Arthur Schopenhauer, il filosofo tedesco dell'Ottocento che meglio ha articolato il pessimismo come sistema di pensiero, era esplicito: la vita oscilla tra il dolore del desiderio insoddisfatto e la noia di quello soddisfatto. Quando otteniamo quello che vogliamo, smette di sembrare importante. Quando non lo otteniamo, soffriamo. Non c'è via di uscita stabile — solo brevi tregue.

Freud, qualche decennio dopo, arrivava a conclusioni simili per strada diversa. Nel Disagio della civiltà (1929) scriveva che il programma del principio di piacere — la ricerca della felicità — è semplicemente incompatibile con il mondo. La civiltà richiede rinunce continue. La biologia ci spinge verso il piacere. Le due cose non si conciliano.

Leopardi, che conosceva la malinconia come pochi, parlava di noia come della condizione di fondo dell'esistenza umana: il vuoto che resta dopo che il desiderio ha consumato il suo oggetto.

E poi c'è Totò.

Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.

— Antonio De Curtis (Totò), in un'intervista attribuita a Oriana Fallaci

Totò, che faceva ridere l'Italia intera portando dentro di sé — come spesso accade nei grandi comici — un'oscurità reale. Che sapeva di cosa parlava quando parlava di dimenticanza. Un uomo che conviveva con una faccia da tragedia e ci costruiva sopra una carriera di risate. Quando dice che la felicità non esiste, che ci sono solo momenti in cui si dimenticano le cose brutte, lo dice con l'autorità di chi ha guardato la vita senza abbellirla.

Ha torto? Non completamente. Ma ha ragione solo su una cosa: la felicità come stato permanente non esiste. Su questo i pessimisti hanno ragione.

Il problema è nella domanda

Il guaio è che noi chiediamo alla felicità di essere una condizione stabile — qualcosa che, una volta raggiunta, rimane. Come un traguardo oltre il quale si cammina in piano per sempre. E da questo punto di vista, ha ragione Schopenhauer: quel traguardo non esiste.

Ma la questione cambia radicalmente se smettiamo di cercare uno stato e cominciamo a costruire un processo.

Aristotele lo aveva capito duemilacinquecento anni fa. La sua parola non era hedonia — il piacere immediato — ma eudaimonia: letteralmente "buon demone", traducibile come fiorire, prosperare. Non uno stato d'animo, ma un modo di vivere. Una vita condotta bene, in accordo con le proprie capacità e con ciò che si ritiene buono. Non l'assenza di dolore, ma la presenza di senso.

Mihaly Csikszentmihalyi, psicologo ungherese-americano, ha dedicato decenni a studiare i momenti in cui le persone si sentono davvero bene. Quello che ha trovato non è l'assenza di fatica — è quasi il contrario. Le persone riferiscono il massimo del benessere durante attività che le assorbono completamente, in cui le loro capacità sono messe alla prova senza essere sopraffatte. Ha chiamato questo stato flow — la corrente. Non un riposo, ma un'immersione. Non il piacere di non fare niente, ma la gioia di fare bene qualcosa che vale.

Fonte: Csikszentmihalyi M. (1990), Flow: The Psychology of Optimal Experience — Harper & Row

Il senso prima della felicità

Viktor Frankl, psichiatra viennese sopravvissuto ad Auschwitz, aveva una tesi ancora più radicale: la felicità non si può cercare direttamente. Si ottiene come effetto collaterale di qualcos'altro — del trovare un senso, dell'impegnarsi per qualcosa o qualcuno che ci supera.

Scriveva che chi mette la felicità come obiettivo principale della propria vita rischia di mancarla proprio per questo. La felicità non si insegue: si trova lungo la strada di una vita che vale la pena di essere vissuta.

C'è qualcosa di paradossale in questo, ma non è difficile da riconoscere nella propria esperienza. I momenti in cui ci sentiamo davvero bene raramente arrivano quando ci stiamo sforzando di essere felici. Arrivano quando siamo presenti in qualcosa — una conversazione vera, un lavoro che ci assorbe, un gesto di cura verso qualcuno che amiamo.

Martin Seligman, fondatore della psicologia positiva, ha proposto il modello PERMA per descrivere il benessere psicologico: Positive emotions, Engagement, Relationships, Meaning, Accomplishment. Nessuno dei cinque elementi è la felicità come stato permanente. Tutti e cinque insieme — coltivati nel tempo, con consapevolezza — producono quello che lui chiama flourishing: fiorire. Non arrivare, ma crescere.

Fonte: Seligman M.E.P. (2011), Flourish: A Visionary New Understanding of Happiness and Well-Being — Free Press

Non la ricerca, ma la costruzione

Quello che mi convince, dopo anni di lavoro clinico e di letture, è che la felicità non è una destinazione — è una pratica. Non qualcosa che si trova, ma qualcosa che si coltiva. Non uno stato, ma un orientamento.

E questo cambia tutto il modo in cui la si affronta.

Chi cerca la felicità come stato è condannato a rincorrerla, perché ogni volta che pensa di averla raggiunta si accorge che è già altrove. È la trappola del "quando avrò quello", del "sarò felice quando". Quando avrò il lavoro giusto, quando la relazione andrà meglio, quando i figli saranno grandi, quando avrò più tempo. La felicità rimane sempre nel futuro prossimo, mai nel presente.

Chi invece la tratta come processo — come qualcosa che si costruisce giorno per giorno, con scelte consapevoli, con attenzione a ciò che ha davvero valore — smette di rincorrerla e inizia a viverla. Non perché non ci siano difficoltà. Ma perché il punto non è eliminarle: è avere qualcosa di solido da cui partire e a cui tornare.

Non una affannosa ricerca di qualcosa in più. Una consapevole costruzione di ciò che già c'è.

Totò aveva ragione che la felicità permanente non esiste. Ma forse quei "momentini minuscolini" che descriveva — quelli in cui si dimenticano le cose brutte — non sono l'eccezione nella vita di un essere umano. Sono il tessuto di cui è fatta una vita buona, quando si impara a riconoscerli, a costruirli, a non darli per scontati.

La psicoterapia aiuta a essere più felici?

Non direttamente — e chi lo promette sta semplificando. La psicoterapia aiuta a rimuovere gli ostacoli che impediscono di vivere bene: schemi di pensiero rigidi, emozioni non elaborate, relazioni disfunzionali. Quando questi ostacoli si alleggeriscono, lo spazio per il benessere aumenta. Ma la felicità — nel senso del fiorire — è qualcosa che si costruisce fuori dallo studio, nella vita vera.

È normale non sentirsi felici pur avendo "tutto"?

Sì, ed è uno dei vissuti più comuni che incontro nel lavoro clinico. La discrepanza tra quello che si ha e quello che si sente genera spesso vergogna — "non ho motivo di stare male". Ma la felicità non è proporzionale alle condizioni materiali. Dipende da come si sta in relazione con la propria vita, con le persone che si amano, con il senso di quello che si fa. Avere tutto non è sufficiente, se manca la connessione con ciò che si ha.

Riferimenti:
— Csikszentmihalyi M. (1990), Flow: The Psychology of Optimal Experience — Harper & Row
— Seligman M.E.P. (2011), Flourish — Free Press
— Frankl V.E. (1946), Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager — trad. it. Uno psicologo nei lager, Ares
— Freud S. (1929), Das Unbehagen in der Kultur — trad. it. Il disagio della civiltà, Bollati Boringhieri
— Schopenhauer A. (1819), Die Welt als Wille und Vorstellung — trad. it. Il mondo come volontà e rappresentazione
— Totò (Antonio De Curtis), intervista attribuita a Oriana Fallaci (fonte non primaria universalmente accertata)

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