In Italia, la Divisione Calcio Paralimpico (DCP) della FIGC organizza competizioni ufficiali di calcio a 7 per persone con disabilità cognitivo-relazionale e patologie psichiatriche. Nella stagione 2023-24 hanno partecipato oltre 120 società, 180 squadre e circa 2800 atleti in 17 regioni. La FIGC è stata la prima federazione sportiva al mondo a istituire una divisione federale dedicata al calcio paralimpico.
Faccio parte di questo progetto come referente psicologo di FootAble Valle Olona. Non è un ruolo accessorio — è parte integrante di come il progetto funziona. E in questo articolo voglio spiegare perché, dal punto di vista clinico, lo sport paralimpico non è solo attività fisica: è un contesto di sviluppo psicologico che merita di essere capito e supportato.
Cosa fa uno psicologo in un progetto di calcio paralimpico?
Supporta il benessere degli atleti nel contesto sportivo, consulta allenatori e operatori sulle dinamiche di gruppo, raccorda il progetto con i servizi territoriali e forma chi lavora quotidianamente con le persone con disabilità. Non sostituisce la presa in carico clinica — la integra con uno sguardo specifico sul contesto sportivo.
Perché il calcio e non un'altra attività
Il calcio ha un valore simbolico e sociale che poche altre attività possono vantare. In Italia — ma non solo — il calcio è cultura, appartenenza, identità condivisa. Per una persona con disabilità cognitiva, poter dire "gioco a calcio", indossare una maglia, scendere in campo in un torneo ufficiale FIGC, significa essere parte di qualcosa di reale — non di un'attività protetta e separata dal resto del mondo.
Questo non è un dettaglio sentimentale. Ha implicazioni cliniche dirette. La ricerca sullo sport e la disabilità cognitiva mostra che la partecipazione a contesti sportivi strutturati migliora l'autostima, riduce l'isolamento sociale e incrementa le competenze di regolazione emotiva. Ma l'effetto è amplificato quando lo sport è "vero" — quando c'è una squadra, un campionato, un risultato, una tifoseria.
Una revisione sistematica di Andriessen et al. (2020), pubblicata su Journal of Intellectual Disability Research, ha analizzato 22 studi sugli effetti dello sport di squadra nelle persone con disabilità intellettiva. I risultati indicano miglioramenti significativi in autostima, competenze sociali e qualità della vita percepita, con effetti più robusti nei programmi che prevedono competizioni reali rispetto alle attività ricreative non competitive.
Fonte: Andriessen P. et al. (2020) — Journal of Intellectual Disability ResearchLa DCP e il riconoscimento del ruolo psicologico
Non è un caso che la Divisione Calcio Paralimpico abbia istituito nel 2025 una propria Area Psicologica, con un team di psicologi e psicoterapeuti dedicati alla formazione degli operatori del settore. Il primo ciclo di webinar ha affrontato temi come il benessere degli atleti, la conoscenza della disabilità e — nel titolo più significativo — "La soggettività oltre la disabilità: la dignità della persona nel e attraverso il calcio".
Questo titolo dice molto. La questione non è se la persona con disabilità cognitiva possa giocare a calcio — ovviamente può. La questione è se, mentre gioca, viene vista come una persona o come una disabilità. Lo psicologo nel contesto sportivo lavora su questo: perché ogni atleta sia riconosciuto come soggetto, con una propria storia, una propria modalità, un proprio modo di stare nel gruppo.
Cosa osservo nel lavoro con FootAble
Da oltre 15 anni lavoro con persone con disabilità cognitiva. Ho visto cosa succede quando hanno uno spazio sportivo reale — e cosa succede quando non ce l'hanno.
Nel calcio, le competenze che la disabilità cognitiva rende più difficili da acquisire — gestire le emozioni in contesti competitivi, cooperare, rispettare le regole condivise, tollerare la frustrazione della sconfitta — vengono allenate in modo naturale, dentro il gioco. Non perché qualcuno abbia pianificato un intervento educativo: perché è così che funziona lo sport di squadra.
Quello che osservo negli atleti di FootAble non è solo miglioramento delle abilità calcistiche. È più autostima. È la voglia di raccontare agli altri cosa fanno il sabato pomeriggio. È un "noi" — la squadra — che prima non esisteva.
Uno studio di Caron et al. (2018), pubblicato su Adapted Physical Activity Quarterly, ha analizzato le esperienze di atleti con disabilità intellettiva in sport paralimpici strutturati. Il tema ricorrente nelle interviste era il senso di competenza e normalità — la percezione di essere atleti "come gli altri", non destinatari di un servizio.
Fonte: Caron J.G. et al. (2018) — Adapted Physical Activity QuarterlyL'inclusione non è protezione
C'è una distinzione che il modello DCP incarna in modo esemplare: la differenza tra integrazione e inclusione. L'integrazione mette la persona con disabilità in un contesto ordinario senza modificarne la struttura. L'inclusione modifica il contesto perché la persona possa parteciparvi pienamente — con le sue specificità, non nonostante esse.
FootAble gioca in un campionato ufficiale FIGC. Ha regole vere, arbitri veri, avversari veri. Il supporto psicologico non abbassa le aspettative — accompagna le persone a stare dentro un contesto che pone sfide reali. Questo è il senso dell'inclusione autentica.
Come le famiglie possono supportare un figlio con disabilità che pratica calcio paralimpico?
Partecipando — non solo guardando. Mostrare interesse per le partite, parlare con il figlio di quello che ha vissuto in campo, non sorvolare sulle sconfitte ma aiutarlo a elaborarle. E, soprattutto, evitare di proteggere troppo: il campo è uno dei pochi spazi in cui la persona con disabilità può fare esperienza di autonomia e competenza. Lasciateglielo vivere.
Riferimenti:
— FIGC, Divisione Calcio Paralimpico (DCP) — figc.it/it/paralimpico
— Andriessen P. et al. (2020) — Journal of Intellectual Disability Research
— Caron J.G. et al. (2018) — Adapted Physical Activity Quarterly
— DCP, Area Psicologica — webinar 2025: "La soggettività oltre la disabilità"
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