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Riflessioni · Maggio 2026

AI e psicoterapia.
Perché un algoritmo non può sostituire il terapeuta

Dott. C. Jody Gagliardo · Maggio 2026

Lo so, c'è qualcosa di paradossale in questo articolo. Lo sto scrivendo con l'aiuto di strumenti digitali, vivo in un'epoca in cui l'intelligenza artificiale risponde a domande mediche, legali, psicologiche con una competenza tecnica che fino a poco fa sembrava fantascienza. E tuttavia sono convinto — con una certezza che viene dall'esperienza clinica, non dall'ideologia — che l'AI non possa fare psicoterapia. Non oggi. Non domani. Non per un problema tecnologico, ma per un problema di natura.

Spieghiamo perché.

L'AI può sostituire uno psicoterapeuta?

No — non perché non sia abbastanza intelligente, ma perché la psicoterapia non è un problema di intelligenza. È un processo che si costruisce nella relazione tra due persone reali, dentro un campo emotivo condiviso che un algoritmo non può abitare.

Il sintomo di Giovanni non è uguale a quello di Francesca

Quando Giovanni dice "ho l'ansia", un chatbot cerca nel suo archivio le risposte migliori sull'ansia — le cause più comuni, le strategie più efficaci, le tecniche più diffuse. È competente, rapido, aggiornato. Ma non sa nulla di Giovanni. Non sa che la sua ansia è comparsa tre mesi dopo la morte del padre, che si manifesta solo al lavoro, che sua madre era una donna ansiosa, che lui ha imparato da piccolo che le emozioni non si mostrano.

Francesca ha l'ansia anche lei. Stessa parola, stesso sintomo — eppure il significato è completamente diverso. Per lei l'ansia è l'unico modo che conosce per sentirsi viva, l'unico momento in cui non si sente indifferente a tutto. Trattarla come Giovanni sarebbe un errore clinico.

Il terapeuta cerca il significato specifico di quel sintomo, per quella persona, in quel momento della sua vita. Non la risposta giusta all'ansia in generale. L'AI non può fare questa distinzione perché non conosce Giovanni né Francesca — conosce solo le categorie in cui li classifica.

La relazione terapeutica non è un contenitore vuoto

Freud parlava di transfert e controtransfert — il fatto che nel rapporto terapeutico il paziente proietti sul terapeuta figure significative del suo passato, e che il terapeuta reagisca a quelle proiezioni con emozioni proprie. Non è un problema da eliminare: è il materiale grezzo con cui si lavora in terapia.

"La terapia non avviene nonostante la relazione. Avviene attraverso la relazione."

Quando un paziente mi guarda e dice "lei non capisce", qualcosa accade tra noi — un momento di rottura che, se gestito bene, diventa più prezioso di dieci sedute tranquille. Quel momento mi dice qualcosa di lui. E lui, vedendomi reagire — restando presente, senza difendermi né cedere — impara qualcosa di nuovo su come può funzionare una relazione.

Con un chatbot questo non esiste. Non perché l'AI sia fredda — può sembrare empatica, usare le parole giuste, calibrare il tono. Ma è un'empatia simulata. Non c'è nessuno dall'altra parte che viene toccato da quello che dici. E il paziente, a un certo livello, lo sa.

Il mondo virtuale come rifugio — e come trappola

Viviamo in un'epoca in cui la difficoltà a stare in relazione con gli altri è già uno dei problemi clinici più frequenti. Isolamento, dipendenza dai dispositivi, incapacità di reggere il disagio del contatto reale — sono temi che incontro ogni settimana nel mio lavoro.

Proporre un chatbot terapeutico a queste persone significa offrire loro un rifugio più confortevole dentro lo stesso problema. La relazione con l'AI è sicura: non giudica, non si stanca, non ha bisogni propri, non delude. È esattamente quello che le persone con difficoltà relazionali cercano — e che non devono trovare, se vogliamo che crescano.

La terapia funziona anche perché costringe a tollerare l'imperfezione dell'altro. Il terapeuta a volte sbaglia, a volte non capisce, a volte dice la cosa giusta nel momento sbagliato. Imparare a stare dentro queste imperfezioni senza fuggire è parte del lavoro. Con l'AI questo apprendimento non può avvenire.

Chiusa la sessione, nessuno ti ha in mente

C'è un aspetto della terapia di cui si parla poco, ma che i pazienti sentono in modo profondo: il fatto di esistere nella mente del terapeuta oltre la durata del colloquio.

Quando un paziente esce dal mio studio, non scompare. Continuo a pensarci — a quello che ha detto, a quello che non ha detto, a un'immagine che mi è rimasta in mente. A volte mi viene in mente qualcosa di utile tra una seduta e l'altra. Questo non è accessorio: è parte del processo terapeutico. Il paziente sa — lo sente — di essere tenuto a mente da qualcuno.

Con un chatbot, chiusa la sessione, non c'è nessuno che continua a portarti. Il server non pensa. L'algoritmo non si chiede come stai. Sei stato elaborato, catalogato, risposto — e poi il processo si è interrotto. Non c'è nessuna mente che ti contiene.

Per chi ha una storia di abbandono, di invisibilità, di non essere stato abbastanza importante per qualcuno — e sono molti i pazienti che portano questo — affidarsi a un interlocutore che smette di esistere al logout è esattamente la conferma che cercano di non trovare.

Allora l'AI non serve a niente?

Non ho detto questo. Gli strumenti digitali possono essere utili come supporto informativo, come primo contatto con tematiche psicologiche, come sostegno tra una seduta e l'altra. Possono abbassare la soglia di accesso — aiutare qualcuno a capire che quello che prova ha un nome, che esiste un percorso possibile, che non è solo.

Ma questo è diverso dalla psicoterapia. La psicoterapia è un processo trasformativo che avviene nella relazione tra due esseri umani. Richiede presenza, imperfezione, tempo, e qualcuno che ti abbia davvero in mente.

Questo, per quanto sofisticata, l'AI non può darlo.

Esistono app o chatbot utili per la salute mentale?

Sì — alcune app possono essere utili come supporto informativo, per praticare tecniche di rilassamento o come primo contatto con tematiche psicologiche. Il punto è non confonderle con la psicoterapia. Possono accompagnare un percorso terapeutico, non sostituirlo.

Perché la relazione terapeutica è così importante?

La ricerca scientifica mostra che la qualità della relazione terapeutica è il predittore più forte dell'esito della terapia — più dell'orientamento teorico, più delle tecniche usate. Non è il metodo che guarisce: è l'incontro tra due persone. Questo è ciò che nessun algoritmo può replicare.

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